5 Lug 2026 · domenicale, Società

Eretico, cioè uno che sceglie

Un raggio di luce dorata entra da una feritoia in una stanza di pietra e illumina un libro aperto: la luce che decide dentro

Da Écône al fronte del «trono e altare»: ripensare l’eresia come atto di libertà, e il Vangelo come una luce che si sceglie dentro, non una bandiera da piantare.

Ci sono immagini che sembrano arrivare da un altro secolo. Il 1° luglio, nel seminario di Écône, in Svizzera, quattro sacerdoti sono stati consacrati vescovi senza il mandato del Papa. Paramenti sontuosi, latino, incenso, quei copricapi così inconsueti che sarebbero assurdi se non alludessero a un’antichità profonda. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, il movimento fondato da monsignor Marcel Lefebvre, ha compiuto il gesto contro l’esplicita volontà di Leone XIV, che fino all’ultimo aveva teso la mano. Il giorno dopo è arrivato il decreto del cardinale Víctor Manuel Fernández: scomunica latae sententiae, automatica, per i consacranti e per i nuovi vescovi. Si sentono di nuovo parole che portano un’eco di tempi lontani: scisma, scomunica, eresia.

Vorrei prenderne una sola, l’ultima, e maneggiarla fuori dalle definizioni con cui la Chiesa l’ha ricoperta nei secoli. Perché dentro quella parola c’è nascosto un tesoro, ed è un tesoro che rovescia la scena.

Eresia vuol dire scelta

αἵρεσις (haíresis, «scelta, opzione»), in greco, non significava affatto errore. Significava, appunto, scelta. Viene dal verbo αἱρέομαι (hairéomai, «scegliere, prendere per sé, decidere di propria mano»). L’eretico, prima che i concili ne facessero un reprobo, era semplicemente colui che sceglie: chi, davanti al bivio, non delega ad altri la decisione, ma la prende su di sé. Solo più tardi la parola si è capovolta nel suo contrario, fino a designare il deviante, il separato, il condannato. Ma l’etimologia resta lì, testarda, a ricordarci una verità scomoda: alla radice della fede non c’è l’obbedienza, c’è una scelta.

Rovesciamo allora la scena di Écône. Chi difende la Tradizione con la maiuscola, chi si aggrappa a un rito perché così hanno sempre fatto i padri, in senso etimologico non è affatto un eretico: è il suo esatto opposto. Non sceglie, eredita. Non decide, custodisce. L’eretico vero, quello buono, quello che la parola descriveva in origine, è invece chiunque scelga il Vangelo in prima persona, a prescindere da quello che pensano gli altri, anche contro il coro. È chi tiene per sé la responsabilità di credere, invece di appaltarla a un’istituzione. La coscienza, del resto, è il luogo dove nessuno può entrare a comandare: l’ho già scritto a proposito della libertà che nessun grado può davvero formare, e proprio Leone XIV, condannando ogni forma di indottrinamento morale, ha ricordato che quel sacrario interiore è inviolabile. Là dentro si sceglie, o non si crede affatto.

La luce che decide dentro

C’è un uomo che questa scelta l’ha incarnata fino a spaccare un mondo, e non a caso apparteneva allo stesso ordine agostiniano di cui è figlio l’attuale Papa. Martin Lutero raccontò di aver ricevuto la sua verità decisiva in una stanza della torre del monastero di Wittenberg, meditando su un versetto della Lettera ai Romani: «il giusto vivrà per fede». I suoi biografi la chiamano l’esperienza della torre, il Turmerlebnis: non un ragionamento, non una lettura, ma un’illuminazione improvvisa, un Erlebnis, un’esperienza vissuta in cui una parola antica di colpo si accende e diventa propria. Lutero disse di essersi sentito rinascere, di essere entrato «attraverso porte aperte nel paradiso».

Mi interessa poco, qui, la frattura istituzionale che ne seguì. Mi interessa il seme: l’idea che la fede sia una luce che si accende dentro, un evento personale, e non un distintivo che si riceve alla nascita e si esibisce. Questo è il contrario esatto del tradizionalismo. Il tradizionalista possiede la sua fede come si possiede un cognome; l’uomo della torre la riceve come si riceve una folgorazione, e da quel momento deve sceglierla ogni giorno. La differenza non è teologica, è antropologica: da una parte chi custodisce una cenere, dall’altra chi lascia che una fiamma lo attraversi. Ogni fede viva, cattolica o protestante o semplicemente umana, comincia in una torre: nell’istante in cui una parola smette di essere di tutti e diventa, finalmente, mia.

Tradizione e tradizionalismo

Qui torna utile una lama affilata, che vale ben oltre i confini della Chiesa. Lo storico Jaroslav Pelikan la formulò così: «La tradizione è la fede viva dei morti; il tradizionalismo è la fede morta dei viventi». E aggiungeva: «è il tradizionalismo che dà alla tradizione una così cattiva fama».

La distinzione è universale e va presa sul serio, perché non riguarda soltanto i vescovi di Écône. La tradizione, quella vera, è un fatto vivo: è ciò che i morti ci hanno consegnato e che noi teniamo in vita continuando a sceglierlo, a interrogarlo, a lasciarlo cambiare forma perché resti la stessa sostanza. È un fuoco che passa di mano in mano proprio perché ogni mano lo riafferra. Il tradizionalismo è l’operazione opposta: prende quel fuoco e lo mette sotto vetro, lo dichiara intoccabile, ne fa un feticcio. Confonde la cenere con la fiamma. E soprattutto delega ai morti la scelta che spetterebbe ai vivi: rinuncia a scegliere, e chiama questa rinuncia fedeltà.

Vale per le Chiese, ma vale identico per le nazioni, per i partiti, per le famiglie che invocano «le radici» ogni volta che qualcuno prova a muoversi. Ovunque si smette di scegliere e si comincia a conservare per paura, la tradizione è già morta e recita la parte di se stessa. E chi in quel momento osa scegliere, chi riprende in mano il fuoco, viene puntualmente chiamato eretico. Come se fosse un’accusa. Come se non fosse, invece, il nome più antico e più onesto di chi è ancora vivo.

Il vecchio patto tra trono e altare

Ma a Écône, dietro l’incenso, c’era anche dell’altro, ed è qui che la meditazione spirituale diventa, inevitabilmente, critica politica. Alla cerimonia hanno partecipato Mario Borghezio, oggi in Futuro Nazionale, e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore. «La storia darà loro ragione», hanno commentato. Borghezio ha definito i lefebvriani «i soldati della tradizione». Da vent’anni i movimenti tradizionalisti si saldano a un mondo che con la liturgia c’entra poco: reti identitarie, think tank della destra radicale, parole d’ordine come remigrazione e suprematismo bianco. La «tradizione» invocata lì, con quegli ospiti, non è più la fede: è diventata una carta d’identità etnica da difendere con il filo spinato.

È il ritorno del più antico dei patti: quello tra il trono e l’altare. Il potere che cerca una benedizione per il proprio sangue e il proprio confine; il sacro che, in cambio, si fa arruolare come guardia armata dell’identità. È un meccanismo che ho visto operare più volte e da diverse angolature: quando una festa nazionale si appropria di una figura cristiana per svuotarla, quando il linguaggio della fede viene piegato al servizio della potenza militare, quando il consenso si costruisce sull’uomo qualunque che rivendica le proprie paure come virtù, fino alle radici profonde e rassicuranti del fascismo che non riconosciamo più. È sempre la stessa liturgia rovesciata: si prende Dio e lo si mette a fare da sentinella al potere.

E il problema, va detto con chiarezza, non è mai soltanto chi in quel momento occupa il seggio. È il seggio stesso. Come ho provato a dire altrove, una persona diversa sul trono non cambia il trono: finché esiste un altare disposto a benedire un trono, cambieranno i nomi dei celebranti, non cambierà la messa.

Il Vangelo non si pianta come una bandiera

Perché il paradosso, quello che dovrebbe togliere il sonno a chi sfila dietro croci e vessilli, è che il Vangelo fa esattamente il contrario. Non fonda troni: li svuota. La prima cosa che accade a Gesù, appena comincia, è che il tentatore lo porta su un monte e gli offre «tutti i regni del mondo e la loro gloria» in cambio di un solo atto di adorazione. È il patto tra trono e altare nella sua forma più pura, offerto una volta per tutte. E viene rifiutato. «Il mio regno non è di questo mondo», dirà poi davanti a Pilato, cioè davanti al trono stesso. «Rendete a Cesare quel che è di Cesare», cioè non impastate le due cose. E nell’ora in cui un colpo di spada avrebbe potuto difenderlo, disarma Pietro invece di armarlo.

Chi sceglie davvero il Vangelo sceglie proprio ciò che non si pianta come una bandiera. Sceglie una luce da lasciar entrare, non un territorio da recintare; un fuoco da custodire vivo, non una cenere da esibire. È il buon samaritano, cioè lo straniero eretico, fatto modello del prossimo. È la Pentecoste che esplode in tutte le lingue, non in una sola sacra. È un annuncio che rompe gli argini di ogni popolo per rivolgersi a chiunque, senza chiedere passaporti, provenienze, purezze. Il tradizionalismo politico costruisce muri e pretende di farlo in nome di Colui che li ha abbattuti: è qui, non nei paramenti di Écône, che si consuma il vero tradimento della tradizione.

Corrado Augias ha scritto che lo scisma dei lefebvriani sarà presto una nota a piè di pagina. Ha ragione. Ma la tentazione che porta alla luce, travestire la paura dell’altro da fedeltà alle radici, quella no, non sarà una nota a margine, e non ha bisogno di seminari svizzeri per prosperare: la incontriamo ogni giorno, molto più vicino a noi.

Resta, per questa domenica, una sola parola da riprenderci, e con un’altra dignità. Eretici, cioè uomini e donne che scelgono. Che non aspettano il permesso del coro per lasciare che una luce decida dentro. Che preferiscono la fiamma alla cenere, la fede viva dei morti a quella morta dei viventi. In un tempo che confonde di nuovo l’altare con il trono e la fede con la bandiera, essere eretici, nel senso più antico e più pulito della parola, potrebbe essere rimasto l’unico modo onesto di restare fedeli.


Del confine tra il trono e l’altare parla anche la prossima puntata di Sacro Civile, il mio podcast sulla dimensione spirituale della Costituzione: martedì 7 luglio esce l’episodio dedicato all’Articolo 7, «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», con la voce della giornalista Elisa Belotti. Lo troverete qui su tommasoautore.it e su tutte le piattaforme di ascolto.

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