Una lettera aperta, un silenzio, e alcune domande che restano
Ci sono battaglie che non vorresti combattere. Ci sono parole che preferiresti non scrivere, perché sai che verranno fraintese, che qualcuno le leggerà come un attacco quando sono, invece, un appello.
Questa è una di quelle volte.
I fatti
Da domani, 19 gennaio, fino al 23 gennaio 2026, presso l’Istituto Comprensivo Patari-Rodari-Pascoli-Aldisio di Catanzaro, si terrà una mostra dedicata al Beato Carlo Acutis. Fin qui, nulla di straordinario: mostre simili si tengono in tutta Italia, nelle parrocchie, negli oratori, nei luoghi della comunità cattolica.
Ma questa mostra si terrà in una scuola pubblica. In orario scolastico. Con la partecipazione di bambini e ragazzi dai tre ai tredici anni, accompagnati dai docenti. E con un meccanismo di adesione che prevede la partecipazione come default: chi non vuole andare deve chiedere esplicitamente di essere escluso.
Domani, lunedì 19, l’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Mons. Claudio Maniago, inaugurerà personalmente l’esposizione.
Il doppio linguaggio
Quello che mi ha colpito, prima ancora del merito dell’iniziativa, è stato il suo modo di presentarsi.
La circolare scolastica parla di “attività educativa e culturale” dedicata a temi come “la solidarietà, l’uso consapevole della tecnologia e i valori positivi del mondo giovanile”. Un linguaggio neutro, inclusivo, che potrebbe descrivere qualsiasi iniziativa formativa.
Ma il modulo di autorizzazione racconta un’altra storia. Chiede ai genitori di dichiarare di essere “a conoscenza che l’attività ha una connotazione legata alla religione cattolica”. E aggiunge, quasi en passant: “È buona norma specificare che per chi non autorizza la visita verranno garantite attività didattiche alternative”.
Due linguaggi per la stessa iniziativa. Un volto pubblico e uno privato. Una doppiezza che, da cristiano, trovo dolorosa.
Perché ho scritto
Il 13 gennaio ho inviato una lettera aperta ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Il 14 gennaio ne ho inviata un’altra a Mons. Maniago. Il 16 gennaio ho scritto un articolo per iCalabresi.it, provando ad allargare lo sguardo dalla vicenda specifica alla questione più ampia della laicità nella scuola pubblica italiana: Il Santo è in classe, la Costituzione invece no.
Dalle lettere inviate al vescovo e ad Avvenire non ho ricevuto risposta.
Non mi aspettavo necessariamente una risposta. Ma speravo, almeno, in un segnale. Un cenno che dicesse: abbiamo letto, ci pensiamo, ne parliamo. Invece, silenzio.
Una riflessione che viene da lontano
Non è la prima volta che scrivo di Carlo Acutis. Lo scorso giugno, sul mio blog, ho pubblicato un’analisi di tutt’altro tenore: Fede e Marketing: Il Caso di Carlo Acutis. Un pezzo in cui, da osservatore dei fenomeni comunicativi, esaminavo l’architettura narrativa costruita attorno alla sua figura: il sapiente equilibrio tra normalità e straordinarietà, gli slogan “memetizzabili”, la gestione del corpo come evento mediatico, l’ecosistema di attori coinvolti nella promozione del “brand Acutis”.
Non era, e non è, un giudizio sulla santità di Carlo. Era, e resta, un’analisi su come la Chiesa contemporanea costruisce e comunica i suoi modelli. Un esercizio di lettura critica che, credo, sia possibile fare anche dall’interno di una tradizione di fede.
Quella riflessione mi ha aiutato a mettere a fuoco ciò che mi colpisce oggi nella vicenda di Catanzaro: non la figura di Acutis in sé, ma il modo in cui viene proposta. Non il messaggio, ma il metodo.
Cosa non sto dicendo
Voglio essere chiaro su cosa questa riflessione non è.
Non sto dicendo che Carlo Acutis non sia una figura significativa per molti credenti. Non sto dicendo che la Chiesa non abbia il diritto di proporre modelli di santità. Non sto dicendo che il sacro debba essere bandito dallo spazio pubblico.
Non sono, per usare un’espressione che mi è sempre sembrata riduttiva, un “laicista”. Sono un cristiano. Sono un operatore sociale, mi sono occupato da sempre dei bisogni delle persone, lavorando ogni giorno accanto a chi viene da storie diverse, fedi diverse, nessuna fede. Conosco il valore della testimonianza, della proposta, dell’incontro. E parlo, come sempre, a titolo strettamente personale.
Ma conosco anche la differenza tra proporre e imporre. Tra invitare ed entrare senza bussare.
Il meccanismo dell’opt-out
C’è un dettaglio, in questa vicenda, che dice più di molte analisi: il meccanismo dell’opt-out.
La partecipazione alla mostra è il default. Chi non vuole partecipare deve attivarsi, compilare un modulo, dichiarare la propria diversità. In una scuola dell’infanzia, questo significa chiedere a genitori di bambini di tre, quattro, cinque anni di esporsi, di marcarsi come “quelli che non partecipano”.
In una società plurale, in cui nelle classi siedono figli di famiglie musulmane, ortodosse, evangeliche, non credenti, atee, agnostiche, in ricerca, questo meccanismo non è neutro. È una forma sottile di pressione. Dice: la norma è partecipare, l’eccezione è astenersi.
È davvero questo il modo in cui la Chiesa vuole abitare lo spazio pubblico?
Il Cristo che bussa
Nel libro dell’Apocalisse c’è un’immagine che mi ha sempre colpito. Cristo dice: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui”.
Bussa. Non sfonda la porta. Non entra di default. Non mette chi sta dentro nella condizione di doversi giustificare per non aprire. Bussa e aspetta.
Papa Francesco ha parlato spesso di una Chiesa “in uscita”, che va incontro, che si fa prossima. Ma uscire non significa occupare. Farsi prossimi non significa imporsi. Andare incontro non significa entrare senza essere invitati.
Non contro, ma per
Scrivo queste righe sapendo che verranno lette da persone diverse, con sensibilità diverse. Alcuni vedranno in queste parole l’ennesimo attacco alla Chiesa. Altri, forse, un tradimento dall’interno. Altri ancora, spero, una domanda sincera.
Non scrivo contro la Chiesa. Scrivo per una Chiesa che sappia abitare una società plurale senza confondere la presenza con l’occupazione. Scrivo per i bambini che domani mattina si troveranno a visitare una mostra religiosa senza che nessuno abbia chiesto loro (o ai loro genitori) se lo volessero davvero. Scrivo per le famiglie che hanno dovuto scegliere tra l’adeguamento e l’esclusione. Scrivo per una fede che non ha bisogno di occupare spazi per essere credibile, ma che sa farsi piccola, discreta, rispettosa.
Scrivo, soprattutto, perché credo ancora che un dialogo sia possibile. Che le domande, anche quelle scomode, siano più feconde dei silenzi. Che la Chiesa, quella vera, quella che ho imparato a conoscere e ad amare, sappia accogliere anche le voci che non applaudono.
Non sono contro nessuno. Sono per tutti.
Montalto Uffugo, 18 gennaio 2026
Aggiornamento: Oltre all’articolo su iCalabresi.it, ho inviato le lettere anche alle redazioni di Adista e SettimanaNews, nella speranza che queste domande possano trovare uno spazio di riflessione pubblica.
