Finalmente i ruggiti di Papa Leone
Un protestante legge la Magnifica Humanitas e ci trova il coraggio che mancava
Si chiama Leone e, finalmente, ruggisce. La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 nel 135° anniversario della Rerum Novarum, è un documento di oltre duecento paragrafi sulla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Lo dico subito: non è il testo che mi aspettavo. È migliore. E lo scrivo da persona che ha lasciato la Chiesa cattolica e che oggi si sente più vicina alla tradizione protestante e valdese (anche se non ancora formalmente membro), cioè da una posizione che ha imparato a pesare le parole del magistero col metro della Scrittura prima che con quello della devozione, e che non ha nessun obbligo di applaudire Roma.
Ci sono momenti, però, in cui bisogna riconoscere che una parola pronunciata con coraggio merita di essere ascoltata senza riserve preventive. Magnifica Humanitas è uno di quei momenti.
Il nemico ha un nome (anche se il Papa non lo pronuncia)
Il primo ruggito è strutturale. Leone XIV fa una cosa che i suoi predecessori avevano sfiorato senza portare a compimento: nomina la natura del potere tecnologico contemporaneo. Non dice “Google”, non dice “OpenAI”, non dice “Meta”. Ma scrive, con una chiarezza che non lascia margini di ambiguità, che i principali motori dello sviluppo tecnologico sono oggi «attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi», e che il potere tecnologico assume perciò «un volto inedito, prevalentemente “privato”».
Non è retorica. È diagnosi politica. Leone XIV sta dicendo: il potere reale, nel ventunesimo secolo, non è più quello degli Stati; è quello di un pugno di aziende che controllano i dati, le infrastrutture, gli algoritmi, e che rispondono ai propri azionisti, non ai popoli. Questa non è una novità per chi si occupa di economia digitale, ma è una novità per un’enciclica papale.
I dati sono di tutti
Ed è qui che arriva il secondo ruggito, quello che può avere le conseguenze più lunghe. Leone XIV prende la dottrina della destinazione universale dei beni (un principio antico della teologia sociale cattolica, che stabilisce che i beni della terra sono destinati a tutti) e la estende ai beni immateriali: «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati». Lo dice senza giri di parole: «La proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi».
Fermiamoci un istante. Quello che il Papa sta affermando è che ogni volta che scriviamo un messaggio, cerchiamo un indirizzo, facciamo una foto, compriamo un libro, noi contribuiamo a un patrimonio collettivo di dati che qualcun altro monetizza. E che questo, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, è un’ingiustizia strutturale analoga all’appropriazione delle terre comuni. È una tesi che farebbe impallidire più di un consiglio di amministrazione della Silicon Valley, e che merita un dibattito politico serio, anche in Europa, anche in Italia.
“Disarmare”: una parola che pesa
Il terzo ruggito è contenuto in una sola parola: disarmare. Leone XIV la usa con piena consapevolezza. Nel discorso di presentazione dell’enciclica, tenuto nell’Aula del Sinodo il 25 maggio, ha detto: «La parola è forte, lo so, ma deliberatamente scelta perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare cammini per l’umanità».
Disarmare l’intelligenza artificiale significa, nelle parole del Papa, «sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva». È la corsa all’algoritmo più potente, alla banca dati più vasta, al vantaggio geopolitico o commerciale. Leone XIV equipara la AI race alla corsa agli armamenti nucleari. E lo fa nel momento in cui Stati Uniti, Cina, Russia e le grandi potenze europee stanno facendo esattamente il contrario, investendo miliardi nella supremazia tecnologica come nuova forma di egemonia. Del resto, abbiamo già visto quanto facilmente il linguaggio della fede possa essere piegato al servizio della potenza militare.
Non è un’opinione teologica: è una provocazione geopolitica. E il fatto che venga da un Papa americano (il primo nella storia) la rende ancora più scomoda per Washington.
L’etica di Silicon Valley smascherata
Ma il ruggito più affilato, quello che taglia come una lama, è forse il meno citato. Leone XIV scrive: «Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare». E poi: «Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi».
Qui il Papa sta smascherando quella che potremmo chiamare l’impostura dell’etica proprietaria. Le grandi aziende tecnologiche parlano continuamente di “responsible AI”, di “alignment”, di “valori umani” inscritti nei modelli. Ma chi decide quali valori? Con quale mandato? Attraverso quale processo democratico? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è: nessuno. I tecnici decidono, gli azionisti approvano, il mondo subisce. Leone XIV chiama questa operazione con il suo vero nome: un’etica imposta dall’alto, che diventa «l’infrastruttura invisibile dei sistemi».
Per chi, come me, lavora quotidianamente con strumenti di intelligenza artificiale per organizzare, migliorare e dare qualità al proprio lavoro, questa critica non è astratta. È una domanda che mi riguarda ogni giorno.
L’ideologia della performance
C’è poi un passaggio che trascende la questione tecnologica e tocca il cuore della cultura contemporanea. Leone XIV scrive che tra le ideologie del nostro tempo ritiene «particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti».
È un attacco frontale alla meritocrazia come narrazione dominante. Non al merito in sé (il Papa non è un ingenuo), ma all’idea che il valore di una persona si misuri sulla sua produttività, sulla sua efficienza, sulla sua capacità di competere. In un mondo in cui l’IA può fare molte cose meglio e più velocemente di noi, questa ideologia diventa una condanna per miliardi di persone: se il tuo valore dipende da ciò che produci, e la macchina produce meglio di te, allora tu non vali nulla.
Non è una paura teorica. Sam Altman, il CEO di OpenAI, ha detto senza alcun imbarazzo: «I miei figli non saranno mai più intelligenti dell’IA». La frase, pronunciata nell’agosto 2025, è ridiventata virale il giorno dopo la presentazione dell’enciclica. E dice, in una sola riga, tutto ciò contro cui Leone XIV sta ruggendo: l’accettazione serena, persino entusiasta, che l’essere umano sia ormai superato dalla macchina. Per Altman è un dato di fatto, quasi una buona notizia. Per il Papa è la premessa della disumanizzazione.
Qui il ruggito è anche teologico. Leone XIV sta dicendo: la dignità è ontologica, non funzionale. Non la guadagni. Non la perdi. Non dipende dal tuo rendimento. È un dono che precede ogni prestazione. Per chi frequenta la tradizione riformata, questo linguaggio suona familiare: è la grazia, che precede le opere. Ed è bello sentirlo risuonare con tanta forza in un’enciclica papale.
Il ruggito rivolto verso dentro
Ma il coraggio più grande, forse, è quello che Leone XIV rivolge alla sua stessa Chiesa. In un documento sulla tecnologia, inserisce un paragrafo sull’ascolto delle vittime di abusi: «spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza». E chiede «forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali», cioè una qualche forma di accountability per chi detiene il potere nella Chiesa.
Sono parole importanti. Ma chi lavora su questi temi sa quanto sia largo il fossato tra il riconoscimento verbale e la pratica concreta. Lo racconta bene la giornalista Federica Tourn in una sua recente riflessione sul progetto artistico Rinascita, un mosaico monumentale sugli abusi nella Chiesa: un’opera bella e potente, che però rischia di funzionare come dispositivo di rassicurazione per l’istituzione, quando i laboratori di “riparazione” si svolgono negli stessi spazi ecclesiali in cui gli abusi sono avvenuti, e la narrazione resta sotto il controllo di chi dovrebbe essere interrogato, non consolato. Il Papa ruggisce; ora bisogna vedere se la Chiesa saprà ascoltare il proprio ruggito.
Non è la prima volta che un Papa parla di abusi. Ma è significativo che lo faccia all’interno di un’enciclica sulla DSC, legando la credibilità del magistero sociale alla pratica interna della giustizia. Il messaggio è chiaro: non puoi predicare la giustizia al mondo se non la pratichi in casa tua. Se chiedi trasparenza agli algoritmi, devi chiederla anche alle curie. Se chiedi che il potere tecnologico sia accountable, devi rendere accountable anche il potere episcopale. È la stessa domanda che ponevo qualche settimana fa riflettendo sull’insediamento della nuova arcivescova di Canterbury: il problema non è mai chi siede sul trono, ma il trono stesso.
Per chi, come me, ha imparato dalla tradizione valdese a considerare la riforma della Chiesa non un evento puntuale ma un processo permanente, questo è il punto in cui il ruggito diventa interessante: non perché la Chiesa cattolica stia diventando protestante (non lo sta facendo), ma perché Leone XIV riconosce implicitamente che la conversione delle strutture ecclesiali è un compito mai concluso. Ecclesia semper reformanda, diceva Barth. E Leone XIV, senza citarlo, ne assume la logica.
La bandiera ammainata
Infine, c’è una frase che un Papa potrebbe facilmente evitare, e che invece Leone XIV sceglie di inserire: la Chiesa, scrive, «non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere».
Ammainare la bandiera del possesso della verità è un gesto enorme per la tradizione cattolica. Non significa negare la verità (il Papa non è un relativista); significa rinunciare alla pretesa di possederla in esclusiva, di amministrarla dall’alto, di farne uno strumento di potere. È la differenza tra chi custodisce un tesoro per tutti e chi lo chiude in una cassaforte.
Questa frase, da sola, meriterebbe un’enciclica a parte.
Un ruggito per i tempi
Magnifica Humanitas è un documento che chiede tempo. Il primo capitolo, una ricostruzione dell’intera Dottrina sociale da Leone XIII a Francesco, è la parte più faticosa da attraversare: chi già conosce quel percorso sentirà di camminare su un sentiero familiare, e dovrà avere la pazienza di arrivare al terzo capitolo, dove il testo prende fuoco. È il prezzo di un’enciclica che vuole tenere insieme tutto (tecnologia, lavoro, guerra, democrazia, educazione, libertà) e che per farlo ha bisogno di posare prima le fondamenta. Non tutti i lettori avranno la resistenza di seguirla fino in fondo. Ma chi ci arriva, trova qualcosa che ripaga la fatica.
Ma i ruggiti ci sono. E sono ruggiti veri, non di maniera.
Leone XIV ha detto ai potenti della tecnologia: il vostro potere è privato, opaco e pericoloso. Ha detto ai governi: smettetela di correre all’algoritmo più potente come correvate alla bomba più grossa. Ha detto all’industria dell’etica artificiale: la vostra morale è un’impostura se non è discussa democraticamente. Ha detto alla sua stessa Chiesa: pratica quello che predichi, o taci.
Non so se questo Papa riuscirà a tradurre i ruggiti in riforme. La storia del papato insegna che le encicliche cambiano il linguaggio prima di cambiare la realtà, e che tra il dire e il fare c’è spesso un pontificato intero. Ma il linguaggio conta. Le parole cambiano l’immaginario, e l’immaginario orienta le scelte.
Per ora, il leone ha ruggito. E il ruggito, questa volta, ha il timbro giusto.
Tommaso Scicchitano è scrittore e collabora con iCalabresi.it e Riforma.it. Tra i suoi libri: “Sole nero su San Giovanni in Fiore” (Luigi Pellegrini Editore), “Le radici e le ali” e “La Cattedrale del Silenzio” (Amazon KDP). Scrive da Montalto Uffugo (CS).
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