Jungi mundu. Un giorno a Camini, dove la Riforma ha le chiavi di casa

Il 31 ottobre, Giornata della Riforma, le chiese valdesi di Dipignano e Cosenza, con sorelle e fratelli della chiesa valdese di Catanzaro e amici del territorio, sono andate a Camini, nella Locride, a vedere da vicino la cooperativa Jungi Mundu: un paese che si stava spegnendo e che ha riaperto le case a chi arrivava dal mare e le botteghe a chi aveva un mestiere nelle mani. Cronaca di una giornata, con tutte le foto.

Il parcheggio dell’Hotel Bruni
Il 31 ottobre, per le chiese della Riforma, è il giorno delle novantacinque tesi di Lutero: il 31 ottobre 1517 le spedì per lettera all’arcivescovo di Magonza, e la scena del frate che le inchioda alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, ce lo ha ricordato la pastora Giusy Bagnato, è un racconto nato dopo, non un fatto. Quest’anno la pastora ha proposto di non celebrare la ricorrenza in una sala, ma su una strada: «toccare con mano cosa significa praticare la giustizia e la legge di Dio», aveva scritto, è il modo migliore per capire di quale cambiamento le nostre chiese devono essere coscienti. Così alle otto e mezza del mattino il ritrovo era il parcheggio dell’Hotel Bruni, allo svincolo di Piano Lago, con le auto da riempire e due ore di autostrada davanti, giù verso lo Jonio.
Camini è un paese della Locride, in provincia di Reggio Calabria, arrampicato su una collina a pochi chilometri dal mare. Poche centinaia di abitanti, le case del centro storico chiuse una dopo l’altra, la strada che tutti conoscono in Calabria: i figli partono, i vecchi restano, poi restano le chiavi. Siamo arrivati verso le dieci e mezza, e la prima cosa che ci hanno mostrato è stata proprio un mazzo di chiavi.

Le chiavi
La nostra guida le tiene in mano come si tiene una cosa viva. Sono le chiavi delle case che i proprietari, andati via, hanno affidato alla cooperativa perché qualcuno ci tornasse ad abitare. La cooperativa si chiama Eurocoop Servizi, è nata nel 1999 per dare lavoro a chi non ne trovava e per rimettere in sesto un territorio che si sfaldava. Nel luglio del 2011 sono arrivati i primi ragazzi dalla Costa d’Avorio, e da quel momento il progetto ha preso il nome che oggi si legge su ogni porta: Jungi Mundu, che in calabrese vuol dire «unisci il mondo».
Da allora le case vuote si sono riaperte per le famiglie accolte, e insieme alle case si sono riaperte le botteghe. Sulle porte ci sono le targhe dell’otto per mille della Chiesa valdese e della Federazione delle chiese evangeliche, che qui hanno finanziato una parte dei laboratori: non è una presenza di facciata, è una delle ragioni per cui eravamo lì. Ci hanno fatto fare la foto di gruppo davanti a una di quelle porte, e il cane del paese si è messo in posa con noi, poi non ci ha più lasciati per tutta la mattina.

Il giro del paese
Si sale a piedi. Il bar pizzeria si chiama anche lui Jungi Mundu, e sulla vetrina ci sono i fantasmi di carta di Halloween accanto alle locandine della cooperativa: due mondi che convivono senza chiedersi il permesso. Da lì cominciano i murales. Un muro con una donna dai capelli rossi che abbraccia una bambina con gli occhiali, un altro con una montagna di valigie legate con lo spago, quelle di chi è partito da qui e quelle di chi è arrivato qui, e non si distinguono più.



In una piazzetta, su un muretto giallo, c’è un bronzo: «L’arciere» di Nelson Carrilho, un uomo piegato che tende l’arco con tutto il corpo. La targa dice che è stato ad Amsterdam nel 2004, ad Atene nel 2004, e dal 2020 è a Camini. Un arciere che ha fatto il giro del Mediterraneo per fermarsi in un paese di poche centinaia di anime: anche questo, a modo suo, è un racconto di migrazione.

Poi i vicoli. Case di pietra con le scale esterne, fichi d’India sui balconi, un simbolo della pace ritagliato in una finestra rotonda. E le case ancora chiuse, con il cartello «vendesi» appeso a una porta che non si apre da anni, e un rudere senza tetto che si staglia contro il cielo: la guida ce le indica senza nasconderle, perché il lavoro non è finito e nessuno fa finta che lo sia.



Dentro una delle case recuperate ci hanno fatto entrare. Pietra a vista, un oblò nel muro che inquadra il vicolo, un divano e le sedie di plastica: una casa semplice, abitata, che fino a qualche anno fa era un tetto crollato.

Le botteghe
A un angolo, sotto la targa di via Dante Alighieri, ci sono quattro frecce dipinte a mano: Art Gallery, laboratorio di liuteria, laboratorio d’infanzia, laboratorio del legno. Sono le botteghe del paese, e ci hanno aperto una per una.

Nel laboratorio di ceramica un ragazzo si siede al tornio e, mentre parla, tira su dall’argilla una forma che un minuto prima non c’era. Dietro di lui, su una mensola, decine di bottiglie crude aspettano il forno, tutte uguali e tutte diverse. Sul banco i bicchieri di plastica con gli smalti, blu, giallo, verde, terra, e un gatto rosso che sorveglia il lavoro dall’alto.


Nel laboratorio di tessitura ci accoglie Isidoro Galdino, maestro tessitore della Locride che da anni porta il telaio nelle scuole e nelle fiere, e che qui ha messo il suo mestiere al servizio del progetto. Una donna con il velo lavora a un telaio di legno, e si vedono i fili dell’ordito tesi come corde di uno strumento. Alle pareti teli, coperte, borse, tutto fatto lì. Qualcuno del gruppo ha comprato, qualcuno ha fotografato, qualcuno è rimasto a guardare le mani.

Poi la sartoria, con le borse e le giacche di stoffa wax, i colori dell’Africa occidentale cuciti in un seminterrato di pietra calabrese. Il sarto spiega, mostra, apre gli armadi.
Gli chiedo la sua storia, e la racconta con un italiano fatto di parole essenziali. Era orafo: prima in Libia, poi in Italia, due anni ad Arezzo, la città dell’oro. Quando quel lavoro si è chiuso è tornato a Camini, dove abitava la sua famiglia, e ha cambiato mestiere. «Tutte cose ho fatto io solo, senza professore», dice indicando borse e giacche, «solo internet, YouTube». Prima cercava i disegni, poi li cuciva. Oggi non è più ospite del progetto di accoglienza: lavora con la cooperativa, ma è autonomo, padrone di casa sua, e a Camini ha scelto di restare. Con la moglie ha quattro figli, e vivono tutti qui. Quando gli domando come si vede fra dieci anni, risponde senza esitare: «Noi piace qua. Tutti e due».
Sulla parete della bottega artistica due locandine ricordano Caterina Niutta e lo stesso Isidoro Galdino, artigiani del borgo, alla mostra di Gerace di giugno: il paese che si racconta attraverso chi lavora con le mani.

Nel laboratorio d’infanzia un bambino disegna sul tavolo bianco, con il pennarello verde, e non alza la testa per noi. È forse l’immagine che spiega meglio di tutte le altre che cosa sta succedendo in questo paese: un bambino che disegna in una stanza dove dieci anni fa non c’era nessuno.

Multiculturalità, solidarietà, una campana
Sotto un arco del centro storico qualcuno ha dipinto per terra una campana, il gioco con i numeri da saltare a piedi uniti. Uno di noi ci è saltato sopra davvero, e abbiamo riso tutti. Accanto, una scala dipinta con due parole, una per gradino: multiculturalità, solidarietà, e una fila di bambini di tutti i colori che si tengono per mano. Sul muro di fianco un bambino con gli occhiali tiene il mondo in braccio.



Sono parole che altrove suonerebbero retoriche. Qui no, perché prima di leggerle sui muri le abbiamo viste nelle botteghe. L’ultima porta è quella del laboratorio agroalimentare, anche questa con la targa dell’otto per mille: da lì esce quello che poi abbiamo mangiato.

La terrazza
In cima al paese c’è una terrazza coperta con una parete intera dipinta, una città immaginaria di torri, mulini e strade che salgono. I tavoli erano già apparecchiati per noi, con le tovaglie rosse e verdi, e dalle vetrate si vedevano le colline, gli ulivi, un campo giallo, e in fondo la riga grigia dello Jonio.


Lì ci siamo seduti in cerchio per il momento che dava senso alla giornata: la meditazione della Giornata della Riforma, sul tema «Pace e croce in chiave profetica: quando pace e giustizia non ci sono». I testi della meditazione riprendevano la chiusura delle novantacinque tesi, dove Lutero scrive: «Addio, dunque, a tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: “Pace, pace!”, mentre pace non c’è. Benvenuti tutti quei profeti che dicono al popolo di Cristo: “Croce, croce!”, mentre croce non c’è» (tesi 92 e 93). Poi i responsabili della cooperativa hanno raccontato il progetto, e i ragazzi dell’associazione che organizza il Festival del Lamento, a Soveria Mannelli, hanno presentato il festival, che da qualche anno prende il vizio più calabrese di tutti, lamentarsi, e lo trasforma in un’occasione per ritrovarsi, discutere e fare qualcosa: quando il lamento diventa azione, dicevano, diventa anche progetto.

Il pranzo, trenta euro a testa fra antipasto calabrese e cous cous di verdure, non era un prezzo: era il modo più semplice di sostenere il lavoro delle guide e della cooperativa. Alle quattro, con il cane che ci ha riaccompagnati alle macchine, siamo ripartiti.
Pace, pace, e pace non c’è
Lutero, in quelle tesi, non inventava nulla: citava il profeta Geremia, che ha una frase rimasta attaccata a questa giornata: «Curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: “Pace, pace”, mentre pace non c’è» (Geremia 6,14). È il rimprovero a chi mette una benda sulla ferita e la chiama guarigione. La nostra Calabria è piena di paesi curati alla leggera: un cartello turistico, una sagra, un finanziamento che passa e non lascia niente. E il nostro Paese è pieno di parole di pace dette su persone che la pace non ce l’hanno, perché sono arrivate dal mare e sono rimaste sospese per anni in un centro di accoglienza senza accoglienza.
A Camini la piaga non è stata curata alla leggera. È stata aperta, guardata, e poi sono arrivate le chiavi. Il salmista dice che «giustizia e pace si baceranno» (Salmo 85,10): non la pace prima, come un anestetico, ma la giustizia che fa spazio e la pace che arriva dopo, quando qualcuno ha di nuovo una casa, un lavoro, un tornio, un telaio. Jungi mundu, unisci il mondo, è una traduzione calabrese di Efesini 2,14: «Egli è la nostra pace, lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione».
La Riforma, cinquecento anni dopo, non è una ricorrenza da difendere ma un verbo da coniugare. Le chiese riformate ripetono che la chiesa riformata è sempre da riformare; Camini aggiunge che anche un paese lo è, e che la riforma, quando è vera, ha la forma di un mazzo di chiavi passato di mano in mano.
Sorelle e fratelli, il 31 ottobre di quest’anno non l’abbiamo passato a ricordare una porta di Wittenberg, che forse nessuno ha mai inchiodato. L’abbiamo passato a guardare le porte di Camini, che qualcuno ha riaperto davvero.
Tutte le foto della giornata
















































































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Foto di Tommaso Scicchitano, Camini (RC), 31 ottobre 2026.
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