1 Nov 2026 · domenicale, Società

Il senatore valdese, la sua chiesa e la predicatrice di Trump

Incisione a due colori: una sala istituzionale con bandiere, un lungo tavolo con un libro aperto e, dietro, una sola sedia vuota in rosso robbia.

La Tavola valdese ha detto no all’invito del senatore Lucio Malan, valdese anche lui, a incontrare in Senato Paula White, la consigliera spirituale di Trump. Non è uno sgarbo di famiglia: è il modo in cui una chiesa senza cappellani di corte difende la libertà religiosa. Una lettura di Atti 8 e una domanda: si può comprare il dono di Dio?

Martedì 27 ottobre, al Senato, era in programma un incontro sulla libertà religiosa, sulla tutela delle minoranze e sul contrasto alle discriminazioni fondate sulla fede. L’invito ai rappresentanti delle minoranze religiose in Italia portava la firma di Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia. Le ospiti erano due: Paula White, consigliera senior del Faith Office della Casa Bianca, e Jennifer Korn, che quell’ufficio lo dirige, in visita ufficiale sotto l’egida del Dipartimento di Stato.

Tra gli invitati c’era la Tavola valdese, l’organo esecutivo delle chiese metodiste e valdesi. Venerdì 31 ottobre, vigilia della festa della Riforma, la Tavola ha reso pubblica la sua risposta: invito declinato. Le ragioni sono dette in tre frasi asciutte. Le posizioni teologiche espresse in passato da White non sono compatibili con il modo in cui metodisti e valdesi comprendono la fede cristiana, e le chiese lo hanno detto più volte. La libertà di culto e la difesa delle minoranze sono temi fondamentali. Proprio per questo, White non è considerata un’interlocutrice autorevole su questi temi.

Il dettaglio che fa la notizia

Fin qui sarebbe una notizia da pagina interna. Quello che la rende diversa è un dettaglio che molti giornali hanno lasciato sullo sfondo: Lucio Malan è valdese. Viene dalle Valli, è membro della stessa chiesa che gli ha detto di no. In un paese abituato a vedere i rappresentanti religiosi accorrere quando chiama il potere, e a maggior ragione quando chiama «uno di casa», la scena ha qualcosa di spiazzante. L’opposizione l’ha subito usata: Marco Grimaldi, di Avs, ha ironizzato sul senatore lasciato solo dalla sua chiesa al suo convegno sulla fede. Malan, per parte sua, ha corretto il tiro, spiegando che era stata White a chiedere di incontrare senatori di tutti i gruppi.

Ma leggere questo no come una lite di famiglia, o come uno schieramento contro un partito, significa non capire come funziona una chiesa protestante. Nella chiesa valdese nessuno parla a nome della chiesa perché è il suo membro più noto, o il più potente. La chiesa la governa il Sinodo, cioè un’assemblea di pastore e pastori, di sorelle e fratelli eletti dalle comunità; tra un Sinodo e l’altro la rappresenta la Tavola. Essere valdese non dà a un senatore il diritto di portare la sua chiesa a un tavolo, e non obbliga la chiesa a sedersi. È la stessa logica per cui i valdesi, primi in Italia a firmare un’intesa con lo Stato nel 1984, hanno scelto di non usare un euro dell’otto per mille per il proprio culto: la libertà della chiesa dal potere politico non è un principio da convegno. È una pratica che costa.

Chi è Paula White, e di quale libertà parla

Paula White non è una teologa e non guida una chiesa storica. È una telepredicatrice del mondo carismatico, legata alla teologia della prosperità: l’idea che la fede, e le offerte, vengano ricompensate da Dio con ricchezza, salute e successo. Da anni è la consigliera spirituale di Donald Trump, che nel 2025 l’ha richiamata alla Casa Bianca a capo spirituale del nuovo Faith Office. Domani ha ricordato che è arrivata a paragonare Trump a Gesù. È il mondo delle mani imposte sul presidente nello Studio Ovale, la scena di cui ho scritto in Amen, fuoco a volontà: la preghiera che benedice la forza invece di chiederle conto.

E la libertà religiosa? Un dato basta. Secondo il rapporto di Open Doors e World Relief, raccontato su Riforma, nell’anno fiscale 2026 gli Stati Uniti hanno accolto zero cristiani in fuga dai paesi dove la persecuzione è più dura, mentre davano la precedenza ai sudafricani bianchi. Una libertà religiosa che non apre la porta nemmeno ai propri correligionari perseguitati, se non hanno la pelle giusta, non è una libertà: è una bandiera. E una bandiera non si difende, si sventola.

L’altra America, quella battista

Sarebbe un errore pensare che il no di Roma sia un no all’America cristiana. È il contrario. La libertà religiosa americana l’hanno inventata dei dissidenti: battisti come Roger Williams, che nel Seicento fondò Providence perché nessun magistrato potesse comandare alla coscienza di nessuno. Quell’America c’è ancora. A settembre, all’assemblea della National Baptist Convention, la grande chiesa battista afroamericana, il pastore Boise Kimber ha chiamato le comunità a difendere il diritto di voto minacciato dal ridisegno dei collegi, citando Amos: la giustizia che scorre come acqua. Ne ha scritto Riforma, e vale la pena rileggerlo accanto alla notizia di oggi. Da una parte una chiesa che usa la Bibbia per difendere chi rischia di sparire dalle liste elettorali; dall’altra un ufficio che usa la Bibbia per benedire chi governa. Non sono due versioni dello stesso cristianesimo. Come ha detto la pastora Karen Georgia Thompson, presidente della Chiesa unita di Cristo e della Comunione mondiale delle chiese riformate, il nazionalismo cristiano è un ossimoro.

Atti 8: il dono che non si compra

C’è una pagina degli Atti degli apostoli che sembra scritta per questa settimana. In Samaria Pietro e Giovanni impongono le mani sui nuovi credenti, e questi ricevono lo Spirito. Un uomo, Simone, un mago famoso in città, guarda la scena e fa un ragionamento da manager: quel gesto funziona, dunque si può acquistare. Offre del denaro agli apostoli e chiede di avere anche lui quel potere, perché chiunque riceva le sue mani riceva lo Spirito. La risposta di Pietro è una delle più dure del Nuovo Testamento: «Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai creduto di poter acquistare con denaro il dono di Dio» (Atti 8,20).

Da quel nome, Simone, la chiesa ha tratto la parola simonia. Ma la tentazione di Simone non è solo comprare le cariche: è credere che le mani imposte siano una tecnica, che il favore di Dio segua il denaro e il potere, che chi è benedetto si riconosca dal successo. È esattamente la grammatica della teologia della prosperità, e del cristianesimo che impone le mani sul presidente perché vinca le sue guerre.

Il movimento valdese è nato da un uomo che ha fatto il percorso opposto. Valdo era un mercante di Lione: verso il 1170 diede via i suoi beni e cominciò a predicare il Vangelo nella lingua della gente, e i suoi furono chiamati i Poveri di Lione. Otto secoli e mezzo dopo, la chiesa che porta il suo nome declina l’invito a sedersi accanto alla predicatrice della ricchezza come segno di benedizione. C’è una coerenza che non ha bisogno di comunicati lunghi.

Non so se Malan abbia fatto bene o male a organizzare quell’incontro: è un senatore, e risponde agli elettori. So che la sua chiesa ha fatto ciò che una chiesa deve fare: ricordare che la libertà religiosa non si misura da chi siede al tavolo con il potere, ma da chi resta fuori dalla porta. I cristiani perseguitati respinti alla frontiera, le minoranze che nessuno invita, le persone che nessun ufficio della fede rappresenta. Sorelle e fratelli, il dono di Dio non si compra e non si vende. E nemmeno si presta, per una foto in Senato.


Per approfondire: Amen, fuoco a volontà, fede, diritto e potere e Dacci un re.

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