Come si risponde a un provocatore senza fargli vincere

Succede in diretta, e succede quasi sempre allo stesso modo. Chi provoca lancia la frase costruita per ferire, poi si appoggia allo schienale e aspetta. Non aspetta una controargomentazione, perché non gli interessa. Aspetta la reazione. Sa che la reazione arriverà indignata, immediata, piena di ragioni, e sa che proprio quella reazione trasformerà una battuta destinata a spegnersi in pochi minuti in un caso di giornata. Il provocatore non vince quando parla. Vince quando gli rispondiamo come lui desidera che gli rispondiamo.
Vale la pena dirlo subito, perché è la premessa di tutto il resto: la provocazione politica non è un incidente del dibattito, è una tecnica. Ha una struttura, un obiettivo e un punto debole. E chi si occupa di comunicazione pubblica, che stia accanto a un amministratore, a un candidato o a un’associazione sotto attacco, prima o poi deve imparare a riconoscerla per quello che è. Non un insulto da restituire, ma una trappola da disinnescare.
La domanda giusta, allora, non è come rispondere a un provocatore con la battuta più tagliente. È come rispondere a un provocatore senza consegnargli esattamente ciò che era venuto a prendere.
Perché la provocazione è una trappola
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. Una provocazione, da sola, è quasi sempre inerte. Non ha gambe, non fa notizia, muore dov’è nata. Ciò che le dà forza è l’attenzione che le costruiamo intorno reagendo. Ogni replica sdegnata la ripete, ogni smentita la rilancia, ogni titolo che la corregge la porta davanti a chi non l’avrebbe mai sentita. Il provocatore lo sa e conta su questo. La sua economia non si misura in argomenti, si misura in minuti di visibilità, e siamo noi, indignandoci, a firmargli l’assegno.
C’è poi un secondo livello, più insidioso. Chi provoca non cerca il consenso di chi già la pensa come lui. Cerca la nostra reazione perché quella reazione conferma il racconto che vuole vendere: lui è l’uomo che dice la verità scomoda, noi siamo il coro perbenista che si scandalizza, l’élite permalosa che vuole zittirlo. Più ci indigniamo, più recitiamo la parte che ci ha assegnato. La provocazione, in fondo, è un copione che ci consegna il ruolo dell’antagonista e conta sul fatto che lo interpreteremo alla lettera.
Tutto questo, negli ultimi anni, è diventato più conveniente che mai. Da quando il baricentro del dibattito si è spostato dagli studi televisivi alle piattaforme, la provocazione ha trovato l’habitat perfetto: un ambiente che premia l’intensità più della correttezza, la reazione più della riflessione, lo scontro personale più del contenuto. Il linguaggio si è fatto più ostile e più povero, e in quel clima chi urla parte avvantaggiato. Non perché abbia ragione, ma perché il sistema in cui parliamo distribuisce visibilità a chi accende, non a chi spiega. Ignorare questo contesto significa combattere una battaglia con le regole di ieri.
Capito questo, gli errori più comuni diventano evidenti. E quasi sempre sono tre.
I tre errori della rincorsa
Il primo errore è raccogliere tutto. Chi vive sulla difensiva finisce per credere che ogni attacco vada respinto, che il silenzio equivalga a una resa, che lasciar cadere una frase significhi darle ragione. È l’istinto più umano e il più rovinoso, perché consegna all’avversario una cosa preziosissima: il calendario. Se rispondiamo a ogni provocazione, è lui a decidere di cosa parleremo oggi, domani e dopodomani. Diventiamo la sua eco, e un’eco non ha mai guidato una conversazione. Reagire a tutto non è forza, è abdicazione mascherata da fermezza.
Il secondo errore è più sottile, e lo commettono anche i più preparati. Consiste nel negare la cornice dell’avversario usando le sue stesse parole. Il linguista George Lakoff lo ha spiegato con un esempio diventato celebre: se dico “non pensare a un elefante”, l’unica cosa che potete fare è pensare a un elefante. Negare una cornice significa evocarla, e ogni volta che la evochiamo la rafforziamo, anche quando la stiamo attaccando. Quando un politico passa la giornata a ripetere “non è vero che siamo contro la sicurezza”, ha appena regalato all’avversario un pomeriggio intero di sicurezza, il suo tema, ripetuto con la sua voce. La smentita, sul terreno della comunicazione, è quasi sempre un autogol.
Il terzo errore è rispondere con lo stesso registro. Se la provocazione è volgare e replichiamo con la volgarità, se è aggressiva e ci facciamo aggressivi, non stiamo vincendo lo scontro: lo stiamo legittimando. Abbassarsi al livello di chi provoca vuol dire dichiarare, agli occhi di chi guarda, che quello è il livello a cui si gioca la partita. E su quel livello, chi provoca è sempre più allenato di noi. Ha scelto lui il campo, ha scelto lui le armi. Accettarle è l’ultima cortesia che possiamo fargli.

Tre mosse per cambiare il gioco
Alla rincorsa non si oppone il silenzio assoluto, che è solo un altro modo di subire. Si oppone una scelta consapevole di terreno. La prima mossa è la più difficile, perché chiede di rinunciare a qualcosa: scegliere le battaglie. Non tutte le provocazioni meritano risposta, anzi, quasi nessuna la merita. La domanda da porsi prima di aprire bocca non è “questa frase è falsa o offensiva”, perché quasi sempre lo è. La domanda è “rispondere mi porta dove voglio andare io”. Se la risposta non serve al mio piano, il modo migliore di rispondere è non rispondere, e occupare quel tempo parlando di ciò che ho scelto io. Il potere di ignorare è la prima forma di iniziativa.
La seconda mossa nasce direttamente dalla lezione di Lakoff. Quando una risposta serve davvero, non si nega la cornice avversaria, la si sostituisce. Non “non è vero che vogliamo insicurezza”, ma un discorso proprio sulla sicurezza vissuta, quella dei quartieri, dell’illuminazione, dei presidi, che sposta il tema su un terreno concreto e sottrae all’altro il monopolio della parola. Riformulare significa portare la conversazione dove le nostre risposte sono più forti delle sue. È la differenza tra difendersi dentro casa altrui e invitare l’avversario dentro la propria.
La terza mossa è la più impegnativa, perché non si improvvisa nel momento dell’attacco: si prepara prima. Un racconto non si batte con una smentita, si batte con un racconto migliore. La provocazione parla quasi sempre a un bisogno reale, la paura, il declino, il desiderio di contare qualcosa, e lo fa con risposte sbagliate ma emotivamente vere. Chi vuole disinnescarla deve intercettare lo stesso bisogno con una risposta più seria e più credibile. Non basta avere ragione: bisogna offrire una storia in cui le persone si riconoscano, fatta di lavoro, di sanità che funziona, di futuro possibile. Chi arriva con una storia non ha bisogno di rincorrere, perché è già altrove, un passo avanti.
Il provocatore non vince quando parla, vince quando gli rispondiamo come desidera. Cambiare il gioco non è schivare lo scontro: è rifiutarsi di combatterlo alle sue condizioni.
Il silenzio scelto non è resa
Resta un timore, ed è legittimo. Non rispondere non equivale a lasciare campo libero. Non è la stessa cosa tacere per paura e tacere per strategia, anche se agli occhi frettolosi possono somigliarsi. Chi tace perché non sa cosa dire subisce. Chi sceglie di non raccogliere una provocazione, e nel frattempo riempie lo spazio con la propria agenda, sta facendo la mossa più difficile che esista in comunicazione: sta decidendo di cosa si parla. Il silenzio, quando è scelto, è una forma di parola. Dice che non tutto merita la nostra attenzione, e che l’attenzione, in politica, è la risorsa più scarsa e più preziosa che abbiamo.
C’è una disciplina, in tutto questo, che assomiglia più alla pazienza che all’astuzia. Chi si occupa di comunicazione impara presto che la tentazione di replicare è quasi sempre più forte del vantaggio di replicare. La reazione dà soddisfazione immediata, fa sentire combattivi, restituisce l’illusione di aver difeso qualcosa. Ma la soddisfazione di chi risponde è quasi sempre la vittoria di chi ha provocato. Trattenersi, scegliere, riformulare, raccontare: sono gesti meno appaganti sul momento e infinitamente più efficaci nel tempo.
Il provocatore costruisce la sua forza sulla nostra fretta. Gli si toglie potere nel modo più semplice e più raro: rallentando. Decidendo, ogni volta, se quella frase merita davvero di diventare la nostra giornata. Quasi sempre la risposta è no. E in quel no, pronunciato con calma, c’è tutta la differenza tra chi insegue e chi conduce.
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Chi scrive
Tommaso Scicchitano è scrittore e si occupa di comunicazione: dà forma a messaggi pubblici che vogliono essere ascoltati, non solo gridati. Affianca chi fa politica in modo riformista nel costruire una voce chiara, credibile e capace di parlare ai bisogni reali delle persone, senza rincorrere l’avversario sul suo terreno.
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