La gonna di Vasti. Tajani, Vannacci, il burqa e il velo che torna in chiesa

In pochi giorni un vicepremier ha detto che le donne affidabili portano la gonna lunga, un generale ha detto che le preferisce senza, e il governo ha accelerato su una legge che le vuole scoperte per decreto. Sembrano posizioni opposte. Sono la stessa frase. E la Chiesa cattolica, che di stoffe sulle teste delle donne se ne intende, non è fuori da questa storia: ci sta tornando dentro.
Venerdì 18 settembre, a Formello, dal palco di «Itaca», la festa di Forza Italia, Antonio Tajani ha voluto spiegare come si sceglie un partito. Per farlo ha scelto un’immagine che gli sembrava innocua: la scelta di una moglie. Meglio sposare, ha detto, una donna «meno appariscente ma più seria e affidabile», quella con la gonna «un po’ più lunga», quella «carina, seria, credibile, che ti mantiene la famiglia». L’altra, quella affascinante, è quella che cambia fidanzato spesso. Lunedì si è scusato così: «Mi scuso se delle persone si sono sentite offese da quello che ho detto, ma io non ho mai pensato di offendere le donne». La presidente del Consiglio ha chiuso la questione: «Una frase uscita male, non ingigantirei».
Martedì 22, ai microfoni di SkyTg24, a Roberto Vannacci hanno chiesto un parere sulla faccenda. Ha risposto: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna». Poi, in conferenza stampa, ha precisato che era una battuta detta «con leggerezza» e che una donna senza gonna «potrebbe avere i pantaloni».
Negli stessi giorni Fratelli d’Italia ha rilanciato la proposta di legge contro il «separatismo religioso», che tra le altre cose vieta burqa e niqab negli spazi pubblici. Ad agosto il ministro Valditara aveva annunciato il divieto a scuola «per riaffermare la dignità delle donne».
Coprire di più, coprire di meno, scoprire per legge. Tre direzioni diverse. Una sola grammatica.
Una sola frase, detta tre volte
Proviamo a togliere i nomi e a guardare la struttura. In tutti e tre i casi c’è un uomo, o un’istituzione pensata e guidata da uomini, che stabilisce quanto del corpo di una donna debba essere visibile. Cambia la misura, non cambia chi tiene il metro.
Cambia la misura, non cambia chi tiene il metro.
Tajani vuole la stoffa lunga perché la stoffa lunga lo rassicura: la donna coperta è quella che non se ne va, che «ti mantiene la famiglia», che non cambia fidanzato. È una frase che parla pochissimo delle donne e moltissimo della paura di un uomo. La gonna lunga non è un abito: è un’assicurazione contro l’abbandono.
Vannacci fa il movimento opposto e dice la stessa cosa. La donna senza gonna è la donna guardata, e la battuta funziona solo se chi ascolta dà per scontato che il punto di vista sia quello di chi guarda. Lei non parla, non sceglie, non esiste se non come superficie. Anche qui, la frase non dice niente su di lei. Dice qualcosa sul bisogno di lui di farsi vedere mentre guarda.
La legge sul burqa merita più rispetto, e lo avrà tra poco. Ma anche lì il gesto è lo stesso: si decide che cosa una donna deve togliersi, e lo si decide in suo nome.
La fragilità, chiamata con il suo nome
Si parla spesso di maschilismo, di patriarcato, di sessismo, e sono parole giuste. Ma rischiano di descrivere una forza, e quello che si vede in questi giorni non è forza. È fragilità.
Un’identità solida non ha bisogno di misurare la gonna di nessuno. Un uomo che sa chi è non ha bisogno di dividere le donne in affidabili e pericolose, né di farsi applaudire mentre le immagina svestite. Il bisogno di stabilire dove finisce la stoffa sul corpo di un’altra persona è il segno di un io che non si regge da solo: ha bisogno di un confine esterno, disegnato sul corpo altrui, per sapere dove comincia se stesso.
E si vede anche nelle scuse. «Mi scuso se qualcuno si è sentito offeso» non è una scusa: è uno spostamento del problema dalla frase a chi l’ha ascoltata. È la stessa logica della gonna: la responsabilità sta sempre dall’altra parte, in chi si offende, in chi provoca, in chi si mostra troppo o troppo poco.
Il burqa, onestamente
Sarebbe facile liquidare la legge di Fratelli d’Italia come ipocrisia, e sarebbe sbagliato. La costrizione esiste. Ci sono donne a cui il velo integrale è imposto da padri, mariti, fratelli, comunità. Ci sono ragazze a cui si chiede il certificato di verginità, e la proposta di legge lo punisce: è una norma giusta. A presentarla è una donna, Sara Kelany. E chi ha seguito le donne iraniane che si tolgono il velo in piazza rischiando la vita sa che il velo imposto è una questione di libertà, non di folclore.
Detto questo, restano due domande che la legge non si pone.
La prima: chi ha chiesto il parere delle donne interessate? Una norma che si dichiara scritta per la loro dignità dovrebbe cominciare dalla loro voce. Invece arriva dall’alto, dentro un pacchetto che parla di finanziamento delle moschee, di sicurezza e di tetti agli alunni stranieri per classe. La dignità femminile, qui, è il nastro con cui si confeziona un altro regalo.
La seconda: con quale autorità chiede a una donna musulmana di scoprirsi la stessa maggioranza che, negli stessi giorni, per bocca del suo vicepremier, spiega alle donne italiane che la gonna lunga è più affidabile? Non si può condannare il velo imposto e intanto prescrivere l’orlo. O meglio: si può, ma allora bisogna ammettere che il problema non è il velo. Il problema è chi decide.
E la Chiesa?
Qui devo parlare di casa mia, o di quella che è stata casa mia per molti anni.
La Chiesa cattolica guarda al burqa con una certa sufficienza, come a una cosa di altri. Ma di stoffe sulla testa delle donne ha una storia lunga e mai davvero chiusa. Il Codice di diritto canonico del 1917, al canone 1262, stabiliva che durante i riti gli uomini stessero in chiesa «a capo scoperto» e le donne «a capo coperto e vestite con modestia, soprattutto quando si accostano alla mensa del Signore». Il codice del 1983 ha lasciato cadere la norma. Nessun documento l’ha mai condannata: è semplicemente sparita, come spariscono tante cose nella Chiesa, senza che nessuno debba ammettere di aver sbagliato.
Ed ecco che torna. Nelle parrocchie dove si celebra la messa antica, e sempre più spesso anche altrove, le giovani donne si rimettono la mantiglia. Un’inchiesta americana, rilanciata in Italia dai siti tradizionalisti, raccontava già nel 2024 di un negozio specializzato passato da trenta, sessanta veli venduti al mese a una media di novecento. Una ragazza di ventidue anni spiegava: «Quando ho capito che era biblico, ho pensato: beh, ecco qua».
Voglio essere chiaro, perché su questo è facile essere ingiusti: non ho nulla da dire alla donna che sceglie di coprirsi il capo per pregare. Se quel pezzo di pizzo la aiuta a raccogliersi, è una questione tra lei e Dio. Il problema non è la mantiglia. Il problema è il sistema che le sta intorno: il clero che la loda come segno di «femminilità autentica», i blog che la presentano come obbedienza alla Scrittura, gli uomini nei banchi che non devono coprirsi niente. Il velo che torna non torna da solo: torna insieme a un’idea di donna che sta un passo indietro, in silenzio, con il capo chino. Torna, cioè, la gonna lunga di Tajani, in versione liturgica.
Gli abiti di chi comanda e gli abiti di chi appartiene
Poi ci sono gli abiti religiosi, e qui la questione si fa più sottile.
Ho portato per anni un abito che diceva chi ero prima che aprissi bocca. L’abito del prete dice: sono un ministro, ho un ruolo, ho un’autorità. Il velo della suora dice un’altra cosa: sono consacrata, sono sposa, appartengo. L’abito maschile parla di funzione; quello femminile parla di appartenenza. Il primo ti mette davanti all’assemblea; il secondo ti nasconde dentro una comunità.
Anche qui, rispetto per chi lo sceglie: conosco religiose che portano il velo con libertà piena e con un’intelligenza che molti vescovi non hanno. Il Concilio aveva chiesto che l’abito fosse «semplice e modesto», adatto ai tempi e ai luoghi, e molte congregazioni hanno fatto strada. Ma la strada non è finita, e in alcuni ambienti si torna indietro: veli più lunghi, abiti più pesanti, la separazione più visibile. Non ho mai sentito nessuno dire che un seminarista dovrebbe coprirsi di più per non turbare le fedeli. Il turbamento, nella Chiesa come a Formello, è sempre un problema che deve risolvere lei.
La gonna di Vasti
C’è una pagina della Bibbia che sembra scritta questa settimana. È il primo capitolo del libro di Ester.
Il re Assuero dà un banchetto che dura sette giorni. Al settimo giorno, con il vino in corpo, ordina che la regina Vasti venga portata davanti ai convitati con la corona regale, «per mostrare ai popoli e ai capi la sua bellezza». Vasti rifiuta. Non dà spiegazioni, il testo non gliene attribuisce: semplicemente non va.
A quel punto succede la cosa più interessante. Il re non si arrabbia soltanto: si spaventa. E con lui si spaventano i suoi consiglieri. Uno di loro, Memucan, dice che la faccenda è gravissima, perché il gesto della regina «sarà conosciuto da tutte le donne» e tutte le donne «disprezzeranno i loro mariti». Così si convoca il consiglio, si scrive un decreto, lo si traduce in tutte le lingue dell’impero e lo si spedisce in ogni provincia, perché sia chiaro a tutti che «ogni uomo sia padrone in casa sua» (Ester 1,22).
Un impero che va dall’India all’Etiopia mobilitato per il rifiuto di una donna di farsi guardare. Non c’è immagine più precisa della fragilità maschile che si fa legge. Il banchetto di Assuero è Formello; il sorriso davanti alle telecamere è SkyTg24; il decreto tradotto in tutte le lingue è la norma scritta in nome delle donne senza chiedere alle donne. E Vasti è ogni donna che non si presta alla parte che le hanno scritto.
Lo sguardo rovesciato
I tradizionalisti diranno che il velo è biblico, e hanno ragione: Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, al capitolo 11, chiede alle donne di pregare a capo coperto. Ma chi cita quel capitolo lo legge a metà. Paolo dà per scontato, al versetto 5, che le donne nell’assemblea preghino e profetizzino: parlino, cioè, davanti a tutti, con la parola di Dio sulle labbra. Si è conservato il velo e si è tolta la profezia. Si è tenuta la stoffa e si è tolta la voce. È il contrario esatto di quello che si dovrebbe fare con un testo antico: salvare il cuore e lasciar andare l’abito culturale. Lo stesso Paolo, altrove, scrive che in Cristo «non c’è né maschio né femmina» (Galati 3,28).
E poi c’è Gesù, che sulla questione dice una cosa sola, ed è rivoluzionaria: «Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Matteo 5,28). Nessuna parola sulla gonna di lei. Nessuna parola sul velo, sulla lunghezza, sulla modestia. La responsabilità è tutta dello sguardo di lui. Gesù sposta il problema dal corpo della donna agli occhi dell’uomo, cioè esattamente dove Tajani, Vannacci e i legislatori di ogni tempo non vogliono che stia.
Quando gli portano una donna sorpresa in adulterio, messa in mezzo davanti a tutti, Gesù non la guarda nemmeno. Si china e scrive per terra. Poi si alza e rivolge la domanda agli uomini: chi di voi è senza peccato (Giovanni 8,7). E quelli se ne vanno, «cominciando dai più anziani».
Chi tiene il metro
Il libro di Ester non dice che fine abbia fatto Vasti. Dice che fine ha fatto il decreto: è rimasto lì, tradotto in tutte le lingue, a certificare la paura di un re.
Anche le frasi di questi giorni resteranno lì, a certificare qualcosa. Non ci dicono niente su come debbano vestirsi le donne. Ci dicono molto su quanto sia fragile un certo modo di essere uomini: così fragile da aver bisogno di un metro da sarto per stare in piedi, in politica come in sacrestia.
La domanda da fare, allora, non è quanto debba essere lunga la gonna. È perché a lui interessi tanto. E finché non avremo il coraggio di farla, sorelle e fratelli, a noi uomini prima di tutto, continueremo a cercare la risposta sul corpo sbagliato.
Fonti
- Il Fatto Quotidiano, Tajani e le donne: «Meglio la gonna lunga», 20 settembre 2026
- ANSA, Tajani: «Mi scuso con le donne», 21 settembre 2026
- Rivista Mio, Tajani, le donne e la risposta di Meloni
- ANSA, Vannacci: «Una donna la preferisco sempre senza gonna», 22 settembre 2026
- Il Tempo, La legge di FdI sul separatismo religioso, 22 settembre 2026
- ANSA, Valditara: divieto di burqa a scuola, 1 agosto 2026
- Messainlatino, Le giovani donne cattoliche riportano in auge il velo, settembre 2024
- Codice di diritto canonico 1917, can. 1262 §2; Concilio Vaticano II, Perfectae caritatis, n. 17
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