Lo vide. Il processo di Cutro e lo schermo di Varsavia

Al processo sui mancati soccorsi di Steccato di Cutro sono stati sentiti gli uomini che quella notte guardavano il caicco da una sala operativa di Frontex, a Varsavia, a più di millecinquecento chilometri dal mare di Calabria. Non riporto le loro parole: provo a immaginare quella stanza, e a chiedermi che cosa voglia dire vedere da lontano. Una riflessione con il dottore della legge che chiese a Gesù: «Chi è il mio prossimo?».
Una stanza lontana dal mare
Martedì, al banco dei testimoni del Tribunale di Crotone, si sono seduti due ufficiali italiani, uno della Guardia costiera e uno della Guardia di finanza, che la sera del 25 febbraio 2023 erano di turno nella sala di coordinamento di Frontex, l’agenzia europea che sorveglia le frontiere esterne dell’Unione. Non sono imputati. Sono persone che quella notte, per alcune ore, hanno avuto davanti agli occhi il caicco che all’alba si sarebbe spezzato sulla secca di Steccato.
Non riporterò quello che hanno detto. Il processo è lì per pesarlo, con le sue regole e i suoi tempi, e la cronaca delle udienze la scrivo altrove. Qui faccio un’altra cosa, la stessa di ogni volta: mi fermo su un’immagine e provo a guardarci dentro. Questa volta l’immagine è una stanza. Una stanza lontana dal mare, con degli schermi accesi.
Quello che si sa da tempo, perché è scritto nelle comunicazioni ufficiali uscite già nel 2023, è poco e pesantissimo. Un aereo di Frontex, la sera prima del naufragio, individuò l’imbarcazione al largo della costa ionica. La termocamera registrava calore sotto coperta. A bordo funzionava un telefono satellitare che chiamava la Turchia. La segnalazione partì verso le autorità italiane. Poi, per ore, quella barca restò una barca da sorvegliare, e non una barca da soccorrere.
Immagino uno schermo
Immagino uno schermo, di notte, in una città del nord dove a fine febbraio fa freddo. Sullo schermo c’è un’immagine in bianco e nero, quella delle termocamere: il mare è scuro, la barca è una forma chiara, e dentro la forma ci sono delle macchie più chiare ancora. Sono macchie di calore. Possono essere un motore, una cucina da campo, un mucchio di coperte. Possono essere persone, stese una accanto all’altra nella stiva, con i bambini in braccio.
Immagino chi guarda. Non vede volti; vede temperature. Non sente il mare; legge un bollettino. Ha davanti dati, coordinate, una rotta, una velocità, e una procedura che gli dice in quale casella mettere tutto questo. Da quella casella dipende chi dovrà muoversi, con quali mezzi, con quale urgenza. È un lavoro serio, fatto da persone preparate, e lo dico senza ironia: senza quegli occhi, quella notte, nessuno avrebbe saputo nemmeno che la barca esisteva.
Le parole di quella stanza sono in inglese. Nei messaggi dell’aereo la barca è una possible migrant boat, una possibile barca di migranti. La casella in cui finisce ha un nome tecnico, law enforcement: attività di polizia. Il soccorso è un’altra casella.
Ma immagino anche il momento in cui lo schermo pone una domanda che la procedura non sa fare. Quelle macchie chiare, chi sono? E la domanda che viene subito dopo, più antica di ogni protocollo: tocca a me? Di chi è questa barca, nel senso in cui si dice «di chi è la competenza»? È mia, è tua, è di un altro ufficio, di un altro corpo, di un altro paese? È una domanda legittima, perché un sistema in cui tutti fanno tutto è un sistema in cui nessuno fa niente. Eppure è una domanda che, a millecinquecento chilometri dal mare, rischia di diventare un modo per non vedere.
Il calore sotto coperta non ha nome né passaporto. Ha soltanto una temperatura, e la temperatura di un corpo vivo.

La domanda del dottore della legge
Nel capitolo 10 del Vangelo di Luca un dottore della legge, un esperto di norme, interroga Gesù su che cosa deve fare per avere la vita. Sa già la risposta: amare Dio, e amare il prossimo come se stesso. Ma Luca annota un dettaglio prezioso. L’uomo, «volendo giustificarsi», fa una seconda domanda: «E chi è il mio prossimo?» (Luca 10,29). È la domanda di chi vuole sapere dove finisce il suo obbligo. Fin dove arriva la mia competenza? Chi rientra nella mia casella, e chi no?
Gesù non risponde con una definizione. Racconta una storia. Un uomo scende da Gerusalemme a Gerico, cade nelle mani dei briganti, resta mezzo morto sulla strada. Passa un sacerdote: «lo vide e passò oltre». Passa un levita: «lo vide e passò oltre». Passa un samaritano, uno straniero, e «lo vide e ne ebbe compassione» (Luca 10,31-33). Il verbo è lo stesso tre volte: vide. Tutti e tre hanno visto la stessa cosa. Ciò che cambia è quello che succede dopo lo sguardo.
Il sacerdote e il levita, probabilmente, avevano buone ragioni. Toccare un uomo che poteva essere morto li avrebbe resi impuri, e il loro servizio al tempio ne avrebbe sofferto. Non erano cattivi: erano in regola. Avevano una competenza, e quell’uomo sulla strada non rientrava nella loro. La parabola non li condanna per aver infranto una norma. Li mostra mentre la rispettano, e lascia che sia il lettore a sentire il disagio.
Il verbo che Luca usa per il samaritano, in greco splanchnízomai, viene dalla parola che indica le viscere. Avere compassione, per la Bibbia, non è un sentimento gentile: è sentirsi rivoltare dentro. È quello che succede quando lo sguardo smette di essere una lettura di dati e diventa un’esposizione. Il samaritano non chiede di chi sia la competenza. Si avvicina, fascia, carica l’uomo sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda, paga.
E alla fine Gesù rovescia la domanda. Il dottore della legge aveva chiesto: chi è il mio prossimo? Gesù gli chiede: chi dei tre «è stato prossimo» di quell’uomo? (Luca 10,36). Il prossimo non è una categoria da definire in anticipo, una casella in cui qualcuno rientra o non rientra. È qualcosa che si diventa, avvicinandosi. Non si stabilisce sulla carta; si stabilisce sulla strada, o sul mare.
Prossimi a millecinquecento chilometri
C’è un’ultima cosa che mi colpisce, nella parabola. Il prossimo è il più lontano: un samaritano, uno che per gli ascoltatori di Gesù veniva da fuori, da un popolo disprezzato. La vicinanza che conta non è quella geografica. Il sacerdote e il levita passavano sulla stessa strada; il samaritano era in viaggio, di passaggio, straniero. Eppure è lui che si fa vicino.
Penso a quella stanza di Varsavia. Oggi si può essere prossimi a millecinquecento chilometri di distanza, attraverso uno schermo, un telefono, una mail inviata alla persona giusta con la parola giusta. E si può passare oltre a millecinquecento chilometri di distanza con la stessa facilità con cui il levita passava oltre a pochi passi: mettendo i dati nella casella prevista, inoltrando, aspettando che qualcun altro, più vicino, decida. La tecnologia ha accorciato le distanze dello sguardo. Non ha accorciato quella tra il vedere e il farsi carico.
Non so che cosa sia successo davvero, quella notte, dentro quella stanza. Non spetta a me dirlo, e diffido di chi ha la sentenza in tasca prima del tempo. Il processo stabilirà se qualcuno ha mancato a un dovere preciso, e questo è il suo compito. Ma la parabola mi lascia una domanda che vale per chiunque guardi uno schermo con una forma chiara nel mezzo: io, che vedo, sto leggendo dei dati o sto guardando delle persone? E quando la procedura mi dice che non tocca a me, che cosa sento nelle viscere?
Novantaquattro persone sono morte a poche decine di metri dalla riva. Trentacinque erano minori. Quella notte, per qualche ora, sono state macchie di calore su uno schermo. Il compito di chi racconta è restituire loro i volti che la termocamera non poteva vedere.
Le prossime udienze
Il processo riprende venerdì 27 novembre alle 9: sarà sentito il capo turno della sala Frontex di quella notte, un ufficiale della Guardia costiera, insieme ai consulenti delle parti civili. Poi le udienze dell’11 e del 18 dicembre, con i testimoni delle parti civili. La cronaca delle udienze la scrivo ogni settimana per VITA. Qui provo a fare l’altra cosa: fermarmi e chiedermi che cosa ci dice tutto questo. Le riflessioni precedenti sono «Il centurione e il pilota», «Voi siete miei testimoni» e «Fa acqua da tutti gli oblò».
Sorelle e fratelli
Sorelle e fratelli, la domanda del dottore della legge è anche la nostra. Ce la facciamo ogni volta che leggiamo di un naufragio e pensiamo che non ci riguardi, perché è successo lontano, perché c’è chi è pagato per occuparsene, perché non è di nostra competenza. Gesù non ci chiede di definire chi sia il nostro prossimo. Ci chiede di diventarlo. A Crotone il processo continua, e l’aula è aperta a tutti: chi può, venga; chi non può, legga e faccia leggere. Ogni sguardo che non passa oltre è già un modo di farsi vicini.
Ti piace quello che leggi?
Articoli, podcast e storie ogni settimana. Zero rumore.
Iscriviti alla newsletterContinua a leggere


Lascia un commento