Prima puntata
Il bar di via Melzi d’Eril ha le vetrine che danno sulla luce fredda di novembre. Dentro sa di caffè bruciato e di legno cerato, quel profumo borghese dei locali milanesi che non cambiano mai. Stefano Valenti è seduto al tavolo vicino alla finestra da dieci minuti quando vede entrare l’uomo che aspetta. Lo riconosce subito, anche se sono passati ventinove anni. Il Maggiore ha i capelli grigi, la barba curata, un montgomery blu che potrebbe portare chiunque. Si stringono la mano. Forte, come si faceva allora.
«Stefano.»
«Maggiore.»
«Chiamami pure Giancarlo, ormai.»
Ma continuerà a chiamarlo Maggiore per tutta la mattina, per abitudine, per rispetto di una gerarchia che non serve più ma che resta impressa nelle ossa come una cicatrice ben chiusa.
Ordinano due caffè. Il barista, un ragazzo con la barba hipster, non li guarda nemmeno. Il Maggiore tira fuori un pacchetto di Marlboro rosse, ne offre una. Stefano accetta. Fumano in silenzio per qualche secondo, il fumo sale verso il soffitto a cassettoni. C’è un odore dolciastro nell’aria, qualcuno ha ordinato una brioche alla crema.
«Come va la clinica?» chiede il Maggiore.
«Bene. Sempre più gente vuole rifarsi. Botox, filler, lifting. L’età fa paura.»
«E i figli?»
«Claudia si è sposata l’anno scorso. Matteo lavora con me, impara il mestiere. Tu?»
«Consulenze di sicurezza. Roba noiosa, ma paga. Mia moglie sta bene. I nipoti crescono.»
Parlano così per altri cinque minuti, della vita normale, del traffico, del nuovo sindaco, delle tasse. Poi Stefano sposta il posacenere e dice, con lo stesso tono con cui si chiede se hai visto la partita: «Ti ricordi quella primavera a Grbavica?»
Il Maggiore sorride appena, un angolo della bocca che si alza di un millimetro.
«Come no. L’odore dei tigli era fortissimo.»
«Sì. E la polvere. Tutto era coperto di polvere.»
Primavera del 1993. Il pullman parte da Trieste alle cinque del mattino, attraversa il confine sloveno senza problemi. Stefano è seduto in fondo, accanto alla finestra. Sono in dodici. Qualcuno dorme, qualcuno fuma, qualcuno guarda fuori il paesaggio che diventa sempre più brullo, più grigio. Nessuno parla molto. Non ce n’è bisogno. Sanno tutti perché sono lì.
Il check point croato è una baracca di lamiera con tre soldati annoiati. L’autista, un serbo di Pale che parla un italiano stentato, distribuisce le mazzette. Duecento marchi a testa, nelle mani giuste. I soldati non aprono nemmeno i bagagli. Guardano i passaporti, timbrano, salutano. Missione umanitaria, c’è scritto sui documenti. Croce Rossa Internazionale. Falsi, ma buoni.
A Pale li aspetta un maggiore dell’esercito della Republika Srpska. Alto, magro, cicatrice sulla guancia. Si presenta in inglese. Spiega le regole. Le posizioni sono già assegnate. Le armi sono pulite e registrate. Niente foto, niente trofei, niente rischi inutili. Si spara all’alba e al tramonto, quando la luce è migliore. Il resto del tempo si sta nel bunker a bere rakija e a pulire le ottiche.
«Quanto?» chiede uno di Torino, un omone con la pancia e le mani da macellaio.
Il maggiore serbo sorride. «Già pagato. I vostri amici hanno pensato a tutto.»
Stefano sa che ha versato l’equivalente di cinquantamila dollari su un conto in Svizzera tre settimane prima. Lo ha fatto il suo commercialista, un uomo discreto che non fa domande. Altri hanno pagato di più, altri di meno. Dipende da cosa vuoi. Un bambino costa di più. Un vecchio è gratis. Sono le regole del mercato, spiega il maggiore serbo mentre li porta verso le colline. Domanda e offerta. Qui funziona tutto.

La jeep sale per una strada sterrata. L’odore della primavera è violento, i tigli sono in fiore e l’aria sa di miele e di gasol io bruciato. In lontananza si sente il rombo sordo dei mortai. Sarajevo è laggiù, nella valle, stretta come una preda in trappola. Stefano guarda e sente qualcosa che non provava da anni. Eccitazione pura. Il cuore che batte forte. Le mani che sudano.
Il bunker è una costruzione in cemento armato, fredda anche a maggio. Dentro ci sono brande, casse di munizioni, bottiglie di rakija, un fornello a gas. Odore di umido e di tabacco. Il maggiore serbo distribuisce le armi. Stefano riceve un Dragunov SVD, ottica Zeiss, calcio in legno lucido. Lo soppesa. È perfetto. Lo smonta, lo pulisce, lo rimonta. Gesti automatici, imparati da ragazzo nei poligoni di tiro, affinati in anni di caccia grossa in Africa e in Russia. Ma questa è un’altra cosa. Questo è diverso.
«Domani mattina,» dice il maggiore serbo. «Alle sei. La città si sveglia presto. C’è gente che cerca acqua, che va al mercato. Bersagli facili.»
Stefano annuisce. Quella notte dorme poco. Nel bunker fa freddo e qualcuno russa. Ma non è il freddo che lo tiene sveglio. È l’attesa.
«La prima volta è sempre strana,» dice Stefano al bar, spegnendo la sigaretta nel posacenere. «Ricordo che avevo le mani che tremavano.»
Il Maggiore versa un po’ di zucchero nel caffè, mescola lentamente.
«È normale. Poi passa.»
«Sì. Poi passa.»
C’è una pausa. Una donna entra nel bar, ordina un cappuccino da portar via. Ha un cappotto rosso, i capelli legati. Stefano la guarda distrattamente. Il Maggiore accende un’altra sigaretta.
«La donna,» dice Stefano a bassa voce. «Quella che correva. Te la ricordi?»
Il Maggiore soffia il fumo verso il soffitto.
«Sì. Me la ricordo.»
«Era il terzo giorno. O il quarto, non sono sicuro. Primavera inoltrata, faceva già caldo. Ero nella posizione B, quella con vista sul viale Zmaja od Bosne. Il rettilineo lungo. Ottimo campo di tiro.»
Il Maggiore annuisce, come se Stefano stesse descrivendo una partita a golf.
«Alle nove del mattino c’era sempre movimento. La gente doveva uscire, non potevano restare chiusi per sempre. Lei è apparsa all’improvviso, da dietro un palazzo. Correva veloce, a zigzag, come le avevano insegnato. Vestito blu, capelli scuri. Avrà avuto trent’anni, forse meno.»
Stefano beve un sorso d’acqua. La voce è calma, descrittiva. Potrebbe parlare di un’operazione chirurgica, di un intervento di blefaroplastica.
«L’ho seguita nel mirino per tutto il viale. Quattrocento metri, poi trecento, poi duecento. Respirava male, si vedeva. Stanca. Impaurita. Da un angolo, dietro una macchina bruciata, si vedevano due bambini. Piccoli. Uno avrà avuto sei anni, l’altro forse quattro. Aspettavano lei.»
Il Maggiore resta immobile.
«L’ho presa al petto,» continua Stefano. «Colpo pulito. È caduta come un sacco. I bambini hanno cominciato a urlare, ma erano lontani, non si sentiva quasi niente. Poi qualcuno è uscito e li ha portati via.»
Il barista passa vicino al tavolo, raccoglie le tazzine vuote. Stefano aspetta che si allontani.
«Il problema non era il colpo. Quello era facile. Il problema era la variabile. I bambini, intendo. Non sapevi mai cosa facevano. Se uscivano, se restavano, se si muovevano. Con gli adulti è più semplice. Gli adulti hanno una logica. I bambini no.»
Il Maggiore annuisce di nuovo, lentamente.
«Per questo costavano di più.»
«Esatto. Per l’imprevedibilità. Non per la difficoltà morale. Quella è una categoria che non ci riguarda. Se non hai il coraggio di colpire chi diventerà il nemico di domani, che guerriero sei?»
Il Maggiore guarda l’orologio.
«Devo andare tra mezz’ora. Ho un cliente alle dodici.»
«Anch’io. Mia figlia mi aspetta per pranzo.»
Ma nessuno dei due si alza. Restano seduti, nel tepore del bar, nella luce fredda di novembre che entra dalle vetrine. Fuori Milano vive la sua vita normale, inconsapevole. Il traffico scorre, la gente compra, lavora, ama, odia. Tutto come sempre.
«Un’altra sigaretta?» chiede il Maggiore.
«Sì,» dice Stefano. «Un’ultima.»
Fine prima puntata
