La prima volta che vedo accendersi il falò del 17 febbraio è quest’anno, a Dipignano, nei pressi della casa pastorale. Non so bene cosa aspettarmi. Conosco la storia, i libri l’hanno raccontata, ma una cosa è leggere di un fuoco e un’altra è starci davanti quando si alza la fiamma.
I valdesi accendono quel fuoco da quasi due secoli. Lo accendono per ricordare una notte del 1848 in cui la notizia della libertà ritrovata corre di montagna in montagna attraverso le fiamme, prima ancora che arrivino le parole scritte. C’è qualcosa di pre-moderno in quel gesto, qualcosa che appartiene a un’umanità più antica della carta stampata e dei proclami reali. Il fuoco come linguaggio. Il fuoco come memoria collettiva che il corpo capisce prima della mente.
Sto lì, con il vin brulé in mano, e penso a quanto sia strano che due storie così distanti nel tempo e nello spazio possano incontrarsi in un paese del Cosentino in una sera di marzo.
Robin è nato in Sud Sudan. Cresce in un campo profughi in Uganda, figlio di una madre sola che ogni mattina si alza per trovare il modo di mandarlo a scuola. Non ha molto. Ha la fede, la determinazione e, come dice lui stesso con una semplicità disarmante, la consapevolezza che imparare un mestiere possa aprire porte che nessuna altra cosa avrebbe aperto. Oggi lavora a Cosenza, in un’azienda informatica, dopo un percorso di formazione costruito attorno alle competenze che il mercato italiano cerca davvero. Non è una storia di fortuna. È una storia di incontro: tra il bisogno di qualcuno di essere accolto e la volontà di qualcun altro di farlo seriamente.
Ciò che mi colpisce, ascoltandolo nel pomeriggio, non è tanto la drammaticità del percorso quanto la sua normalità raccontata. Robin non si presenta come un sopravvissuto né come un eroe. Si presenta come una persona che ha fatto quello che poteva, con quello che aveva, e che ha trovato sulla strada altre persone disposte a fare lo stesso. C’è una dignità in questo modo di stare al mondo che raramente si incontra nei discorsi sull’immigrazione, dominati o dalla retorica dell’emergenza o da quella della straordinarietà. Robin è semplicemente un uomo che parla della propria vita.
E io penso al fuoco.
Penso a quella catena di luce nelle valli piemontesi, e penso a quante volte nella storia qualcuno ha dovuto aspettare che un altro accendesse un fuoco per sapere che poteva finalmente uscire allo scoperto. I valdesi lo hanno aspettato per secoli. Robin lo ha aspettato in un campo profughi in Uganda. Le forme cambiano, i secoli passano, ma la struttura della storia rimane ostinatamente la stessa: c’è chi vive ai margini in attesa di essere riconosciuto, e c’è chi sceglie, o non sceglie, di accendere quel fuoco.
Questa piccola comunità valdese lo sceglie. Come i valdesi scelgono da secoli, in realtà, con quella coerenza silenziosa che è forse la loro caratteristica più difficile da imitare. Non fa rumore, non cerca visibilità, non costruisce narrazioni eroiche attorno a sé. Semplicemente fa. E in un tempo in cui l’accoglienza è diventata terreno di scontro politico e ideologico, questa normalità operosa ha qualcosa di quasi sovversivo.
Mi chiedo spesso cosa insegni davvero la storia a chi la studia o la racconta. Uno dei rischi del mestiere è trasformare il passato in un repertorio di lezioni già apprese, di valori già conquistati, di errori già superati. Il fuoco del 17 febbraio mi ricorda, per la prima volta stasera, che non funziona così. La libertà non è uno stato acquisito. È una fiamma che qualcuno deve continuare ad alimentare, e che si spegne non per un colpo di vento, ma per noncuranza.
Robin è arrivato a Cosenza. Ha trovato persone che lo aspettavano. Il fuoco è acceso.
Non mi sembra poco.
