“La sofferenza,” continuò il professore, “è l’umiliazione di non poterti più lavare da solo. È vedere tua moglie, a ottant’anni, che deve sollevarti come un fantoccio. È sentirti un guscio vuoto, tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, con una mente che ancora funziona e urla la sua vergogna. Questa non è la presenza del Signore, Valerio. Questo è l’inferno”.
Nella mente di Valerio, una frase limata per i dossier prese forma: La sofferenza, ribadiscono in Curia, non è un disvalore da eliminare. Glaciale. Assurda.
“Parlano di dignità”, riprese Carini con un sorriso amaro. “Ma la dignità di cui parlano loro è un principio teologico, è la sacralità della vita biologica. La mia dignità, quella umana, è nella mia coscienza, nella mia capacità di riconoscermi. È la capacità di decidere, sancita anche dalla vostra Consulta, quando la sofferenza diventa intollerabile. Loro cosa ne sanno di intollerabile?”.
