Immagina una sala. Marmi, affreschi, secoli di storia condensati in ogni centimetro. Uomini in abiti solenni applaudono. Al centro, qualcuno pronuncia parole definitive sul più grande male del mondo.
Ora immagina un’altra stanza. Piccola, spoglia. Una donna seduta sul bordo di un letto. Ha diciannove anni, o ne ha trentacinque, o quaranta. Ha appena scoperto qualcosa che le ha fermato il respiro. Sta facendo i conti con numeri che non tornano, con un lavoro precario, con una relazione che non c’è più, con una violenza che non riesce ancora a nominare. Oppure semplicemente con il fatto che non è pronta, non ora, non così.
Nessuno applaude. Nessuno la vede.
Eppure è di lei che si parla, in quella sala di marmo. È sul suo corpo che si costruiscono teorie sulla pace nel mondo. È la sua scelta, la più intima e lacerante che esista, a essere definita “il più grande distruttore della pace”.
Quando il male diventa astratto
C’è qualcosa di osceno in questa sproporzione. Non trovo altra parola.
Viviamo in un pianeta dove si fabbricano armi con la stessa naturalezza con cui si produce pane. Dove bambini già nati muoiono di fame mentre il grano marcisce nei silos per tenere alti i prezzi. Dove guerre di aggressione cancellano città intere, e i sopravvissuti vagano per anni in cerca di un confine che li accolga. Dove il mare restituisce corpi di chi cercava solo una possibilità.
Ma il più grande distruttore della pace sarebbe una donna che, nel segreto della propria coscienza, decide che non può portare avanti una gravidanza.
L’operazione è tanto evidente quanto antica: prendere il dolore di una singola persona, di solito una persona con poco potere, e trasformarlo nel simbolo del male assoluto. In questo modo non si deve parlare delle guerre benedette, degli affari con i regimi, delle ricchezze accumulate mentre si predica la povertà. Si ha un colpevole perfetto. E quel colpevole, da sempre, ha il volto di una donna.
Il corpo che non ti appartiene
Fermati un momento su questo fatto: chi pronuncia queste condanne non abiterà mai un corpo femminile. Non saprà mai cosa significa sentire la vita crescere dentro di sé e, insieme, sentire il terrore. Non dovrà mai fare quei conti, prendere quella decisione, portarne il peso.
Eppure giudica. Legifera. Definisce.
Da secoli il corpo delle donne è territorio di conquista per il potere religioso. L’utero come spazio pubblico, oggetto di norme e anatemi decisi da uomini che hanno fatto voto di non generare. La sessualità femminile come pericolo da contenere, irregimentare, punire.
Quando si proclama che nessuna politica può servire i popoli senza tutelare la “vita nascente”, si sta dicendo, in sostanza, che il corpo di una donna non le appartiene. Che la sua vita, le sue ragioni, le sue circostanze valgono meno di un principio astratto. Che lei è un mezzo, mai un fine.
La vita nascente viene sacralizzata. La vita di chi quella vita dovrebbe portare in grembo per nove mesi, partorire, crescere, scompare. Diventa invisibile proprio mentre viene usata come palcoscenico per proclami solenni.
Il Vangelo capovolto
Qui però vorrei che ci fermassimo insieme su qualcosa che mi sta a cuore. Perché questa ideologia non è solo logicamente fragile: è evangelicamente insostenibile.
Cercate nei Vangeli una condanna dell’aborto. Non la troverete. Gesù non ne parla mai. Sapete invece cosa attraversa ogni pagina del suo insegnamento? L’opposizione feroce al giudizio religioso che schiaccia i più deboli. La vicinanza scandalosa a chi la società condanna. La denuncia di chi carica pesi insopportabili sulle spalle degli altri senza muovere un dito per aiutarli.
C’è una scena che dovremmo tenere sempre davanti agli occhi. Una donna trascinata in piazza, accusata di adulterio. La legge religiosa è chiara: deve morire. Gli uomini hanno già le pietre in mano.
E Gesù? Gesù si china a scrivere nella polvere. Poi alza lo sguardo e dice quella frase che attraversa i secoli: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra per primo”.
Uno a uno, gli accusatori se ne vanno. Resta solo lei, la donna, e lui. “Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno”.
Non le chiede di giustificarsi. Non le fa la predica. Non la usa per un proclama sulla morale sessuale. Semplicemente, si mette tra lei e chi voleva ucciderla.
Ecco: ogni volta che la Chiesa trasforma l’aborto nel male supremo, tradisce esattamente questa scena. Torna a impugnare le pietre. Torna a schierarsi con gli accusatori invece che con l’accusata.
Quella pace che non conosci
“Nessuna politica può porsi al servizio dei popoli se esclude la vita nascente e gli oppressi”.
Gli oppressi. Questa parola, in bocca a chi la pronuncia, suona vuota. Perché gli oppressi veri, quelli in carne e ossa, sono spesso proprio le donne di cui si parla: costrette a gravidanze frutto di violenza, lasciate sole da padri che scompaiono, incastrate in povertà che nessuno vuole vedere, giovanissime senza altra scelta che affidarsi a chi le giudicherà comunque.
La pace di cui parla questa ideologia è una pace astratta, teologica, che non deve fare i conti con la realtà. Una pace che passa sopra i corpi delle donne, che le usa e le dimentica.
Ma la pace vera, quella che il Vangelo chiama shalom, è un’altra cosa. È giustizia. È liberazione. È stare dalla parte di chi soffre, non di chi giudica.
Tornare a guardare
Torna con me in quella stanza piccola e spoglia. Quella donna è ancora lì. Ha preso una decisione, o sta per prenderla, o l’ha già presa anni fa e ancora ci pensa.
Non ha bisogno delle tue pietre. Non ha bisogno dei tuoi anatemi. Non ha bisogno di essere trasformata nel simbolo di tutto il male del mondo.
Ha bisogno, forse, solo di questo: che qualcuno si chini nella polvere accanto a lei. Che qualcuno la guardi negli occhi e le dica: “Neanch’io ti condanno”.
Tutto il resto è ideologia. E l’ideologia, quando si veste di sacro, è la più crudele delle violenze.
