Una camminata in silenzio tra memoria storica e responsabilità personale
I. Prima di cominciare: deponiamo le insegne
Camminiamo insieme. Lentamente. Senza fretta di arrivare da qualche parte, perché il luogo che stiamo cercando non è un punto nello spazio, ma una soglia dentro di noi che abbiamo imparato, nel tempo, a evitare con eleganza.
Lasciamo fuori dalla porta, per un momento, tutto quello che sappiamo di noi stessi. Le nostre tessere, le nostre bandiere, i nostri profili social dove abbiamo scritto con cura chi siamo e da che parte stiamo. Lasciamo fuori anche le nostre letture, i nostri autori preferiti, la nostra storia familiare, i nostri antenati resistenti se li abbiamo, e se non li abbiamo, lasciamo fuori anche l’orgoglio sostitutivo di chi ha scelto i propri padri spirituali meglio di quelli biologici.
Lasciamo fuori tutto questo non per sminuirlo, ma perché il rischio, stasera, è di usarlo come scudo. E uno scudo, per quanto nobile sia il suo stemma, è sempre qualcosa che ci teniamo davanti al petto per non farci vedere.
Entriamo.
II. Il fascismo non è altrove
Cominciamo da qui, da questa frase che brucia un po’: il fascismo non è un luogo lontano. Non è il passato, non è soltanto il Novecento, non è soltanto chi vota certe liste o porta certi simboli o dice certe parole che riconosciamo immediatamente come segnali di pericolo.
Il fascismo è anche una struttura del desiderio.
È il desiderio che il mondo si semplifichi. Che ci sia un ordine chiaro, un sopra e un sotto, un dentro e un fuori, un noi pulito e un loro opaco. È il desiderio che qualcuno smetta di parlare, perché quello che dice ci disturba, o ci contraddice, o ci richiede uno sforzo di comprensione che non abbiamo voglia di fare. È il piacere sottile, quasi fisico, di sentirsi dalla parte giusta, quella che non ha bisogno di spiegare perché già sa.
Questo desiderio lo conosciamo. Lo conosciamo perché lo abbiamo sentito. Forse non lo chiameremmo mai con quel nome, ma l’abbiamo sentito: quella soddisfazione silenziosa quando qualcuno che non ci piace viene smontato in pubblico. Quel sollievo quando un gruppo che giudichiamo sbagliato viene messo a tacere. Quella certezza, così confortante, di essere noi quelli che capiscono davvero.
Sostiamo qui. Non per flagellarci, ma per guardare.
Perché è qui che comincia il lavoro.
III. Il ritratto del despota interiore
Proviamo a dargli un volto, a questo despota che abita in noi. Non è un mostro. Non ha gli occhi iniettati di sangue, non urla nei comizi, non indossa uniformi. Veste come noi. Parla come noi. A volte è persino ironico, colto, ben documentato.
Si manifesta nella conversazione quando alziamo leggermente la voce mentre l’altro sta ancora finendo la sua frase, perché sappiamo già dove vuole arrivare e sappiamo già che ha torto. Si manifesta nel giudizio istantaneo su chi non ha letto quello che abbiamo letto noi, su chi non è arrivato ancora alle nostre conclusioni, su chi “non capisce”. Si manifesta nella nostra capacità di cancellare una persona intera, con tutto il suo peso e la sua storia, in virtù di un’opinione che esprime, di una parola che sceglie, di una posizione che non condividiamo.
Il despota interiore è quel momento in cui trasformiamo la nostra convinzione in tribunale. In cui smettiamo di ascoltare e cominciamo a classificare. In cui la nostra comprensione del mondo diventa una prigione dove rinchiudiamo gli altri per tenerli fermi, leggibili, gestibili.
E lo facciamo, va detto, con la migliore delle intenzioni. Perché siamo convinti di avere ragione. Perché le nostre ragioni sono buone, fondate, eticamente solide. Perché la Storia, quella con la S maiuscola, ci ha già detto chi erano i buoni e chi erano i cattivi, e noi ci sentiamo dalla parte giusta, e dalla parte giusta ci si può permettere qualche piccola durezza, qualche piccola chiusura, qualche piccola violenza simbolica verso chi è, chiaramente, dalla parte sbagliata.
Questo è esattamente il meccanismo. Non diverso, nella sua struttura profonda, da quello che vorremmo combattere.
IV. Il paradosso dell’antifascista certo di sé
C’è un paradosso che dobbiamo reggere senza risolverlo troppo in fretta: l’antifascismo può diventare, se non lo teniamo costantemente sotto sorveglianza, un’altra forma di certezza escludente.
Non stiamo dicendo che tutte le posizioni si equivalgano. Non stiamo scivolando in quel relativismo pigro che serve a non prendere mai una posizione. Stiamo dicendo qualcosa di più sottile e più scomodo: che anche una posizione giusta può essere abitata in modo sbagliato. Che anche la verità può diventare uno strumento di potere se la brandisco invece di condividerla, se la uso per chiudere invece che per aprire.
Il fascismo storico non era solo una politica. Era un’antropologia. Era una certa idea di cosa significa essere umano: essere umano come appartenenza a un gruppo che ha la precedenza sugli altri, essere umano come gerarchia naturale tra chi conta e chi non conta, essere umano come diritto di non doversi giustificare davanti a chi si considera inferiore.
Questa antropologia non scompare con la fine dei regimi che la incarnavano. Si disperde, si trasforma, si riscrive in nuovi linguaggi. E la sua forma più insidiosa è proprio quella che non si riconosce: quella che pensa di avere superato il problema perché ha cambiato le parole.
Quando diciamo “questa persona non vale la pena di essere ascoltata”, quando costruiamo bolle comunicative dove circolano solo voci che già condividiamo le nostre conclusioni, quando trattiamo la nostra appartenenza politica o culturale come un passaporto che ci esonera dal dovere di comprendere, stiamo praticando, in sedicesimo, quella stessa grammatica.
V. Memoria e responsabilità: i partigiani non erano simboli
Pensiamo a chi ha fatto la Resistenza. Non alla Resistenza come mito, come narrazione fondativa, come patrimonio da esibire nelle date commemorative. Pensiamo alle persone concrete che l’hanno fatta: giovani spesso giovanissimi, donne che nascondevano armi e messaggi e persone nei sottoscala delle loro case, uomini che scendevano dai monti a fare cose che avevano imparato a fare in pochi mesi perché non c’era tempo per imparare meglio.
Avevano paura. Erano contraddittori. Litigavano tra loro su tutto: su tattica, su politica, su chi avrebbe comandato dopo, su cosa fare di certi prigionieri, su dove tracciare la linea tra necessità e violenza. Erano umani, nel senso pieno e complicato del termine.
Quello che li rendeva resistenti non era la purezza della loro ideologia, ma la scelta che facevano ogni giorno di stare da una parte quando stare dall’altra parte sarebbe stato molto più sicuro. Era una scelta che aveva un costo reale. Un costo nel corpo, nelle relazioni, nella vita.
Cosa chiede a noi, questa memoria?
Non l’imitazione eroica. Non il costume da partigiano da indossare nelle ricorrenze. Chiede, invece, di interrogarci ogni giorno su cosa ci costa stare da una parte. Perché se non ci costa niente, se è soltanto comodo, identitario, socialmente approvato nel nostro ambiente, allora forse non stiamo facendo Resistenza: stiamo facendo appartenenza. E l’appartenenza, di per sé, non è ancora libertà.
La resistenza interiore è più difficile della resistenza esterna, in un certo senso, proprio perché non ha un nemico chiaramente identificabile. Non c’è un esercito che occupa le nostre strade. C’è solo il terreno scivoloso dei nostri automatismi, delle nostre paure, dei nostri bisogni di conferma.
VI. Il fascismo della paura e la democrazia del rischio
Ogni forma di chiusura nasce dalla paura. Paura che l’altro mi cambi. Paura che la sua presenza riduca il mio spazio. Paura che ascoltarlo significhi dargli ragione. Paura che ammettere una sua ragione parziale significhi cedere tutto il terreno.
Questa paura è umana. Non bisogna vergognarsene. Ma bisogna riconoscerla, perché è esattamente lì che il despota interiore trova il suo nutrimento.
La democrazia, intesa non come sistema elettorale ma come pratica relazionale, richiede qualcosa di radicalmente controcorrente rispetto a questa paura: richiede di rischiare. Rischiare di essere cambiati. Rischiare di avere torto. Rischiare che l’incontro con qualcuno che pensa diversamente da noi non ci distrugga ma ci trasformi.
Questo rischio non è debolezza. È la forma più alta di coraggio civile che esiste in tempo di pace.
Quando entriamo in una conversazione già sapendo come uscirne, non stiamo dialogando: stiamo recitando. E la recita, per quanto convincente, non produce mai democrazia reale. Produce solo lo spettacolo della democrazia, che è una cosa molto diversa e molto più pericolosa.
VII. Come si uccide il despota senza diventare carnefici
Non si tratta di sopprimerlo, questo despota. Non di negarlo, non di fingere che non esista. Quello che neghiamo si radica più in profondità.
Si tratta di qualcosa di più difficile e più interessante: si tratta di riconoscerlo e di non obbedirgli.
Concretamente: quando sento che sto per interrompere qualcuno, mi fermo un secondo. Non per essere più educato (l’educazione può essere una maschera della stessa chiusura), ma per chiedermi cosa mi sta facendo paura in quello che l’altro sta dicendo. Cosa mi tocca. Cosa mi mette in discussione.
Quando sento il giudizio rapido formarsi dentro di me, come si forma sempre, automaticamente, quello sguardo classificatore che mette le persone in categorie prima che abbiano finito di parlare, mi chiedo: cosa non so di questa persona? Cosa sto escludendo per poterla classificare in fretta?
Quando sento la soddisfazione di aver “smontato” qualcuno, di averlo messo in difficoltà, di aver dimostrato pubblicamente la mia superiorità argomentativa, mi chiedo: ho cambiato qualcosa? Ho aperto qualcosa? O ho solo vinto, e la vittoria mi è bastata?
L’antifascismo interiore non è debolezza né resa. È una forma di forza che non ha bisogno di umiliare per affermarsi. È la capacità di stare in piedi senza dover abbattere l’altro per farlo.
VIII. Domande da portare con sé
Non sono domande retoriche. Sono domande vere, con risposte scomode, che vanno lasciate aperte il più a lungo possibile.
Oggi, in una conversazione, ho lasciato che qualcuno finisse di parlare prima di sapere già cosa rispondere?
Ho incontrato questa settimana qualcuno che pensa diversamente da me, e sono rimasto nella conversazione senza fretta di convincerlo o di smontarlo?
C’è qualcuno che ho cancellato, ignorato, escluso dal mio spazio relazionale in nome dei miei valori? E sono sicuro che fosse una scelta etica, non una comodità travestita da etica?
Quando difendo i diritti di chi non ha voce, lo faccio perché ascolto davvero quella voce, o lo faccio come rappresentanza che non ha bisogno di consultare il rappresentato?
Quante volte oggi ho usato la mia conoscenza, la mia competenza, la mia posizione, per chiudere invece che per aprire?
C’è qualcuno a cui devo fare spazio, non perché mi piaccia quello che dice, ma perché negare quello spazio mi renderebbe parte del problema?
IX. Azioni piccole, precise, ripetibili
L’antifascismo come pratica quotidiana non si misura nelle grandi occasioni. Si misura nei gesti minimi, quelli che nessuno vede, quelli che non si postano da nessuna parte.
Siediti accanto a qualcuno con cui non sei d’accordo su qualcosa di importante, e fallo senza l’intenzione di convertirlo. Sta’ lì. Ascolta. Cerca il punto in cui la sua esperienza è reale, anche se le sue conclusioni ti sembrano sbagliate.
Quando qualcuno dice qualcosa che giudichi sbagliato, prova a chiedergli come ci è arrivato prima di dirgli che ha torto. Non sempre. Non con tutti. Ma più spesso di quanto fai adesso.
Quando sei in gruppo, nota chi tace. Non solo per farlo parlare, ma per chiederti perché tace. Cosa rende quel silenzio necessario. E se hai contribuito, anche involontariamente, a rendere quel silenzio inevitabile.
Leggi o ascolta qualcosa che non conferma quello che già pensi, almeno una volta a settimana. Non per cambiare posizione, ma per sapere cosa non sai.
Quando senti la tentazione di ridere di qualcuno invece che con qualcuno, fermati un secondo. Il ridicolo è uno dei più antichi strumenti di esclusione. Usarlo è sempre una scelta, anche quando sembra spontaneo.
Impara il nome di qualcuno che di solito è un’astrazione per te. I migranti, i poveri, i fascisti, i diversi: finché restano categorie, puoi trattarli come categorie. Un nome rompe qualcosa.
X. La visione collettiva: cosa costruiamo insieme
Tutto questo lavoro interiore non è individualismo spirituale. Non è la meditazione come fuga dal mondo. È il contrario: è il tentativo di non portare il nostro fascismo interiore dentro le battaglie collettive, di non trasformare i movimenti che amiamo in nuove gerarchie, di non costruire comunità dove si è liberi solo se si è già d’accordo.
Una società libera non è una società senza conflitto. È una società che ha imparato a gestire il conflitto senza distruggersi, dove le differenze non si risolvono con l’eliminazione di una delle parti ma con la trasformazione di entrambe.
Questo è il progetto più difficile che esista. È più difficile del coraggio fisico, perché non finisce mai, perché non ha un momento di gloria, perché le sue vittorie sono invisibili e le sue sconfitte quotidiane.
È un progetto che comincia ogni mattina, quando decidiamo come tratteremo le persone che incontriamo, quelle che amiamo e quelle che non sopportiamo, quelle che ci sono vicine e quelle che non capiremo mai del tutto.
Preghiera secolare
Ogni giorno, ricordo che il fascismo abita anche me. Non per torturarmi, ma per restare sveglio.
Oggi lascio spazio. Non perché io non conti, ma perché anche tu conti. Non perché le mie idee siano false, ma perché le tue esistono.
Oggi ascolto prima di rispondere. Oggi mi fermo un secondo prima di giudicare. Oggi cerco il nome dentro la categoria.
Non sono il salvatore di nessuno. Non sono il giudice di nessuno. Sono qualcuno che cammina e cerca di non calpestare.
La libertà che voglio per me, la voglio per chi non mi somiglia. Questo è il confine dove comincia l’antifascismo. Questo confine lo attraverso ogni giorno, non una volta sola.
E quando fallisco, e fallirò, mi rialzo. Senza eroismo. Senza retorica. Solo con la volontà di ricominciare.
Usciamo ora da questa stanza. Riprendiamo le nostre insegne, se vogliamo, ma teniamole un po’ più leggere. Sapendo che non bastano. Sapendo che il lavoro vero è quello che nessuno vede.
