Il 13 aprile 2025 è morta Leonila Vázquez Alvízar, fondatrice del collettivo femminile che da tre decenni nutre i migranti aggrappati al treno della morte. La sua storia è una lezione su cosa può fare la solidarietà dal basso quando lo Stato decide di voltarsi dall’altra parte.
Era il 14 febbraio 1995, e non c’entrava nulla San Valentino. Rosa e Bernarda Romero Vázquez stavano tornando a casa con le borse della spesa, attraversando i binari che tagliano in due il villaggio di La Patrona, nel municipio di Amatlán de los Reyes, stato di Veracruz, quando un treno merci rallentò davanti a loro. Dai vagoni roventi, decine di uomini aggrappati al metallo gridarono una supplica che sarebbe diventata il motto fondativo di un intero movimento: «Tenemos hambre, madre, danos tu pan». Abbiamo fame, madre, dacci il tuo pane.
Le due sorelle non ci pensarono. Lanciarono le borse con il pane e i cartoni di latte direttamente nelle mani tese di quegli sconosciuti. Tornarono a casa a mani vuote, temendo la reazione della madre. Leonila Vázquez Alvízar, che tutti chiamavano Doña Leo, madre di dodici figli e lavoratrice nei campi di canna da zucchero, conosceva bene la fame. Invece di rimproverarle, disse che bisognava fare di più. Investì i propri risparmi nell’acquisto di riso, fagioli, uova e olio. Da quel giorno, il gesto non si è più fermato.
Per trent’anni, 365 giorni all’anno, senza una sola interruzione.
Il treno della morte e i sacchetti lanciati in corsa
Per capire cosa fanno Las Patronas bisogna capire cos’è “La Bestia”. È il nome che i migranti centroamericani hanno dato alla rete di treni merci che attraversa il Messico da sud a nord, dal confine con il Guatemala fino alle frontiere con gli Stati Uniti: circa quattromila chilometri di binari percorsi da convogli con oltre cento vagoni, su cui si arrampicano ogni anno centinaia di migliaia di persone disperate. Honduregni, guatemaltechi, salvadoregni; e poi, negli ultimi anni, venezuelani, haitiani, colombiani, camerunensi, bengalesi, cinesi. Il Messico è diventato il collo di bottiglia di una crisi migratoria globalizzata.
Le condizioni di viaggio sfidano qualsiasi descrizione: i migranti salgono sui convogli in movimento, si aggrappano ai tetti, alle scalette laterali, agli interstizi tra un vagone e l’altro. Restano esposti al sole torrido o al freddo tagliente per giorni, senza cibo, senza acqua, senza possibilità di dormire perché addormentarsi significa cadere sotto le ruote. “Treno della morte” non è una metafora.
Ogni mattina, all’alba, le donne di Las Patronas accendono i fuochi e cucinano. Dai trenta ai cinquanta chili di riso e fagioli al giorno, confezionati in sacchetti di plastica con pane, frutta e bottiglie d’acqua. Quando la rete di informatori disseminata lungo la ferrovia avvisa dell’arrivo del treno, le volontarie si posizionano a ridosso dei binari. Poiché i convogli non si fermano quasi mai, devono lanciare i sacchetti con precisione millimetrica nelle mani dei migranti sporgenti dai vagoni in corsa. Un gesto che richiede forza fisica, coordinamento, coraggio, e che espone le stesse donne al rischio mortale di essere agganciate e trascinate. Nei giorni di maggiore afflusso, hanno sfamato fino a ottocento persone con un singolo passaggio del treno.
Nel corso degli anni, il collettivo ha costruito anche un rifugio, l'”Esperanza del Migrante”, dove i migranti troppo feriti, malati o stremati per proseguire trovano un letto, cure mediche di base, orientamento legale. Norma Romero Vázquez, figlia di Doña Leo e portavoce dell’organizzazione, ha raccontato pubblicamente di giovani ventenni morti di polmonite sotto le loro cure, strappati alla solitudine degli argini ferroviari. Senza quel rifugio, sarebbero morti senza che nessuno ne conoscesse il nome.
La cucina come trincea politica
Sarebbe facile, e sbagliato, ridurre Las Patronas a una storia di buon cuore. L’antropologa messicana Marcela Lagarde ha inquadrato il loro operato all’interno del concetto di “sororità”: non una generica solidarietà tra donne, ma un’alleanza politica volta a smantellare le asimmetrie di potere imposte dalle strutture patriarcali e capitaliste. Donne contadine, povere, collocate ai gradini più bassi della gerarchia sociale messicana, che si ergono a protettrici della fascia più vulnerabile e criminalizzata dell’intero continente.
Il gesto del cucinare, storicamente confinato nello spazio domestico e sistematicamente svalutato, viene trasferito nello spazio più conteso e pericoloso che esista: i binari della ferrovia, territorio controllato dai cartelli del narcotraffico, sorvegliato dalla polizia militare, attraversato da convogli letali. Quell’atto ancestrale (nutrire) diventa dichiarazione politica. L’etica della cura, da lavoro invisibile e non retribuito, si trasforma in resistenza visibile e ineludibile.
Non è stato un percorso facile, nemmeno in casa propria. Agli inizi, le sorelle Romero e Doña Leo furono criticate, ostracizzate, etichettate come “pazze” dai loro stessi vicini, colpevoli di sprecare risorse locali per nutrire stranieri che la propaganda dipingeva come criminali o parassiti. La persistenza e la coerenza hanno progressivamente ribaltato la percezione dell’intera comunità, trasformando l’ostilità in rispetto e, col tempo, in collaborazione attiva.
L’ombra dei cartelli e la violenza sui corpi migranti
La necessità di ciò che fanno Las Patronas si comprende appieno solo guardando l’ecosistema criminale che domina le rotte migratorie messicane. I cartelli del narcotraffico hanno da tempo diversificato il proprio portafoglio: oltre al traffico di stupefacenti, gestiscono l’estorsione sistematica dei migranti, il sequestro a scopo di riscatto, il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sessuale. Secondo stime indipendenti di organizzazioni per i diritti umani, fino all’ottanta per cento dei migranti in transito subisce assalti, furti o estorsioni durante il viaggio.
Per le donne migranti (e per le donne transgender), la violenza assume dimensioni sistematiche: stupri di gruppo, costrizione alla prostituzione, reclutamento forzato nelle reti di spaccio. Spesso l’impossibilità di pagare le tariffe estorsive dei “coyote” si traduce in un pedaggio riscosso sotto forma di violenza sessuale.
In questo panorama, i sacchetti di cibo lanciati sui binari non rappresentano soltanto un nutrimento calorico. Per centinaia di migliaia di persone, sono l’unica interazione umana non predatoria, compassionevole e gratuita nell’arco di un viaggio lungo migliaia di chilometri attraverso un territorio ostile. Il rifugio, a sua volta, funziona come argine concreto contro il traffico di esseri umani, sottraendo i più vulnerabili al controllo territoriale dei cartelli nei momenti di massima fragilità.
2025-2026: quando i corpi spariscono
L’evento che ha sconvolto l’operatività di Las Patronas nell’ultimo biennio è il blocco ferroviario imposto da Ferromex, il gigante privato controllato da Grupo México. Di fronte alla crescita incontrollabile di migranti ammassati sui vagoni, con incidenti fatali e mutilazioni ormai insostenibili per le assicurazioni aziendali, Ferromex ha sospeso sessanta treni merci diretti al nord. Migliaia di persone sono rimaste intrappolate nei piazzali di smistamento: millecinquecento a Torreón, ottocento a Irapuato, un migliaio ad Aguascalientes. L’azienda ha stimato perdite fino a quaranta milioni di pesos al giorno.
Il blocco, però, non ha fermato la migrazione. Ha semplicemente fatto sparire i migranti dalla vista. Dai tetti dei vagoni, dove erano visibili, fotografabili, documentabili, sono passati ai container sigillati dei camion gestiti dai trafficanti, i “polleros”. Il risultato è un aumento drammatico della mortalità invisibile. Il caso più emblematico è il soccorso, proprio nello stato di Veracruz, di duecentocinquantasei migranti stipati e abbandonati in un unico rimorchio rovente, la maggior parte in stato di grave disidratazione e a rischio di morte per asfissia.
Per Las Patronas, questa metamorfosi ha significato un riadattamento doloroso. Per la prima volta in trent’anni, le volontarie hanno registrato un calo sensibile del passaggio visibile di migranti sui treni nella loro zona. La preparazione quotidiana dei sacchi di cibo continua, ostinata e fiduciosa, per i pochi convogli che ancora transitano. Ma il baricentro dell’attività si è spostato: il rifugio “Esperanza del Migrante” è diventato il perno dell’organizzazione, con un’attenzione crescente all’orientamento legale, all’assistenza psicologica per i traumatizzati, alla documentazione delle violazioni dei diritti umani, alla pressione politica per l’apertura di corridoi umanitari sicuri.
Premi in vetrina, fagioli nel pentolone
C’è un’ironia feroce nella traiettoria pubblica di Las Patronas. L’elenco dei riconoscimenti è impressionante: Premio Nacional de Derechos Humanos nel 2013, candidatura al Premio Principessa delle Asturie per la Concordia nel 2015 (con oltre cinquantamila firme raccolte online), Dottorato Honoris Causa dall’Università Autonoma di Aguascalientes nel 2018, Premio Alfonso García Robles dalla UNAM nel 2023, preselezione per il Global Peace Photo Award nel 2025. Il 14 febbraio 2025, per il trentesimo anniversario, è stata conferita al collettivo la Medaglia Arcadio Hidalgo, con una messa sui binari celebrata dal vescovo emerito di Saltillo Raúl Vera López e dal padre Alejandro Solalinde, due delle figure più importanti nella difesa dei diritti umani in Messico.
Eppure, nella pratica quotidiana, Las Patronas sopravvivono di donazioni private, di pane invenduto regalato da un supermercato, di bottiglie PET raccolte nelle scuole e riempite d’acqua, di fagioli comprati al mercato locale. Non ricevono finanziamenti governativi. Non dipendono da partiti politici. Funzionano, come ripeteva Doña Leo alle figlie nei momenti di maggiore angoscia, sulla base di una convinzione tanto semplice quanto incrollabile: «Dios siempre va a proveer». Dio provvederà sempre.
Il paradosso è strutturale e politicamente insopportabile: lo stesso Stato che premia Las Patronas è lo Stato che non ha mai predisposto un piano serio di assistenza ai migranti in transito. Le università conferiscono titoli accademici, i cineasti producono documentari pluripremiati (da “De nadie” di Tin Dirdamal nel 2005 al capolavoro “Llévate mis amores” di Arturo González Villaseñor nel 2014), le esposizioni fotografiche girano il mondo. Ma il pentolone di fagioli lo riempiono le contadine di Amatlán, non il bilancio federale. Norma Romero Vázquez l’ha detto senza mezzi termini, rivolgendosi pubblicamente all’amministrazione della presidente Claudia Sheinbaum: la buona volontà e le croniche ristrettezze delle piccole organizzazioni della società civile non possono e non devono essere usate come alibi perché lo Stato abdichi alle proprie responsabilità.
Doña Leo, i binari e ciò che resta
Leonila Vázquez Alvízar è morta il 13 aprile 2025, a ottantanove anni. Gli ultimi tempi li aveva trascorsi su una sedia a rotelle, ma era ancora presente, il 14 febbraio, alla celebrazione del trentennale. Il collettivo l’ha salutata con parole che misurano la distanza tra un villaggio di contadine e il mondo intero: «Questa mattina il suo cuore ha smesso di battere, ma la sua saggezza e umanità sono rimaste impresse in centinaia di persone dal Messico al resto del mondo». L’omaggio funebre si è svolto nell’albergue, con un corteo fino alla cappella di Nuestra Señora de Guadalupe: la Patrona che dà il nome al luogo e, per estensione, a tutte loro.
La sua morte non è la fine del movimento. È, semmai, il punto in cui la storia si cristallizza e chiede di essere raccontata per quello che è: trent’anni in cui un pugno di donne povere, senza scorte, senza immunità, senza budget, circondate dalla violenza dei cartelli più sanguinari del pianeta, ha compiuto ciò che gli Stati più ricchi e militarizzati del continente si rifiutano di fare. Ha nutrito chi aveva fame. Ha curato chi era ferito. Ha guardato negli occhi chi il mondo intero preferiva non vedere.
Il treno continua a passare. I sacchetti continuano a volare. La domanda, quella vera, resta sospesa sui binari: fino a quando la solidarietà dal basso dovrà supplire all’assenza di chi ha il potere e il dovere di agire?
