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I Guardiani che Divorano Sé Stessi

Posted on 10 Novembre 202510 Novembre 2025 By tommaso

I Guardiani che Divorano Sé Stessi

Riflessioni sul caso “Fascistella” e sul tradimento dell’ideale

“Chi combatte i mostri deve fare attenzione a non diventare egli stesso un mostro. E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te.”
—

Friedrich Nietzsche

C’è una parabola antica che torna periodicamente a bussare alla porta della storia umana. È la parabola del guardiano che, incaricato di proteggere la città dal male, finisce per diventare egli stesso la minaccia più grande. Non perché abbia tradito il suo giuramento iniziale, anzi proprio perché ci ha creduto troppo.

Il caso della chat “Fascistella”, questo nome già ironicamente rivelatore, non è una vicenda giudiziaria tra le tante. È un’illustrazione perfetta di come il potere di giudicare, quando non è temperato dall’autocritica e dall’umiltà, si trasformi inevitabilmente nel suo opposto. È la storia di come chi si erige a sentinella della morale pubblica possa finire per replicare esattamente le dinamiche di potere che credeva di combattere.

L’Illusione della Purezza Morale

Nella psicologia sociale esiste un fenomeno chiamato “moral licensing”, l’autorizzazione morale. Chi si percepisce come moralmente superiore tende a concedersi comportamenti che condannerebbe negli altri. È come se la presunta bontà delle intenzioni creasse un credito, un’esenzione preventiva dal giudizio.

Le attiviste della chat “Fascistella” hanno passato anni a costruire un’immagine pubblica di sé come guardiane dell’etica. Hanno predicato linguaggio inclusivo, rispetto, abolizione della violenza verbale. Hanno schedato, denunciato, ostracizzato. Hanno creato quello che alcuni hanno definito un “tribunale parallelo” dove decidevano chi meritasse di esistere nello spazio pubblico e chi dovesse essere cancellato.

Ma nelle loro chat private, quelle che credevano al riparo dagli occhi del mondo, il linguaggio era esattamente quello che denunciavano pubblicamente. Insulti volgari. Violenza verbale sistematica. Auguri di morte. Schedature. Campagne coordinate di distruzione sociale. Non contro figure astratte, ma contro persone reali, con nomi, cognomi, fragilità.

Il paradosso è questo: credevano di poterlo fare proprio perché si consideravano “le buone”. La certezza di essere dalla parte giusta le aveva esentate dall’applicare a sé stesse i principi che imponevano agli altri.

La Gogna Digitale Come Metodo

Il termine “call-out”, letteralmente “chiamare fuori”, è diventato negli ultimi anni una pratica culturale diffusa. L’idea teorica è nobile: portare alla luce comportamenti problematici, denunciare ingiustizie, rendere visibile ciò che veniva nascosto.

Ma nella pratica, il call-out si è trasformato in qualcosa di molto diverso. È diventato uno strumento di annientamento sociale. Non si tratta più di criticare un comportamento, ma di distruggere una persona. Non si cerca il dialogo o la riparazione, ma l’eliminazione.

Nelle chat “Fascistella” troviamo frasi come: “Gli facciamo fare la fine della merda che è”, “Che si ammazzi con il coltello”, “Avrà una morte sociale e politica che non immagini”. Non sono sfoghi estemporanei. Sono progetti articolati, discussi, pianificati collettivamente.

E c’è di più. Una delle protagoniste teneva quello che lei stessa chiamava “la lista nera”, un file Word con quattordici nomi, completi di città, professione, numero di segnalazioni ricevute, screenshot compromettenti, persino il numero di follower sui social. Una schedatura privata. Un archivio degli “indesiderabili”.

Chiediamoci onestamente: qual è la differenza tra questo e i metodi che attribuiamo storicamente ai regimi che diciamo di combattere? Liste di proscrizione. Esclusione sociale organizzata. Eliminazione del dissenso. Disumanizzazione del nemico designato.

L’ironia tragica del nome

“Fascistella”, hanno spiegato, era un soprannome goliardico per l’ex sindaco di Firenze. Una battuta tra compagni. Ma l’ironia, tragica e amara, è che i metodi usati in quella chat erano precisamente quelli che caratterizzano ogni sistema totalitario: identificazione del nemico, sua disumanizzazione, mobilitazione collettiva per la sua eliminazione.

Non importa quale ideologia dichiari di professare. Se i tuoi metodi sono quelli dell’oppressione, stai perpetuando l’oppressione. Punto.

Il Tradimento dell’Ideale

C’è un aspetto che rende questa vicenda particolarmente dolorosa. Queste donne si definivano femministe. E il femminismo, nella sua essenza più vera, è una filosofia di liberazione, liberazione dalle strutture di oppressione, dai rapporti di potere asimmetrici, dalla violenza in tutte le sue forme.

Ma le chat rivelano esattamente il contrario. Rivelano la replica delle dinamiche patriarcali che il femminismo dovrebbe combattere: l’uso della violenza verbale come strumento di dominio, la gerarchizzazione delle vittime decidendo chi merita solidarietà e chi no, l’esercizio arbitrario del potere di decidere chi può parlare, l’eliminazione del dissenso femminile dove le donne che non si allineano vengono attaccate peggio degli uomini.

Michela Murgia, figura di riferimento del femminismo italiano, viene definita “una persona di merda”. Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, viene chiamata “vecchia nazi”. Altre donne, giornaliste, scrittrici, attiviste, vengono ridicolizzate, insultate, demolite con commenti sessisti sulla loro vita privata.

Questo non è femminismo. È tradimento del femminismo. È l’uso strumentale di un ideale nobile per costruire una nuova gerarchia di potere dove chi comanda non sono più gli uomini, ma chi si auto-designa come “sufficientemente pura”.

Il Problema della Responsabilità

Quello che colpisce, forse più di tutto, è l’assenza totale di riconoscimento della responsabilità morale. Niente pentimento. Niente ammissione che forse, solo forse, usare espressioni come “facciamolo ammazzare” contro una persona reale sia problematico.

Invece troviamo un repertorio ben noto: la vittimizzazione, con l’affermazione che siano loro le vere vittime; la deflection, sostenendo che il vero problema sia chi ha pubblicato le chat; la relativizzazione, con l’argomento che tutti dicano cose brutte in privato; infine la controaccusa, ribaltando l’accusa e dichiarando che siano gli altri i veri fascisti.

È lo schema classico di chi detiene potere e non vuole riconoscere di averlo abusato. È il linguaggio di chi ha costruito la propria identità sull’essere “i buoni” e non può permettersi di vedere le crepe in quella costruzione.

Ma la vera responsabilità morale richiede altro. Richiede il coraggio di guardarsi allo specchio e dire: “Ho sbagliato. Ho tradito i principi che professavo. Ho fatto male a persone reali. E ora devo riparare.”

Senza questo passaggio, non c’è crescita. Non c’è redenzione. Non c’è possibilità di ricostruire la credibilità perduta.

Una Lezione Universale

Il caso “Fascistella” non è una curiosità mediatica. È una parabola che ci parla di qualcosa di molto più grande e universale: la corruzione del potere morale.

Quando un gruppo si auto-percepisce come moralmente superiore, si autorizza a comportamenti che condannerebbe negli altri. È un meccanismo psicologico antico quanto l’umanità: l’Inquisizione che bruciava eretici per salvare le anime. I giacobini che ghigliottinavano in nome della libertà. Le purghe staliniane che liquidavano “nemici del popolo” per costruire il paradiso in terra.

La lezione è sempre la stessa: non puoi costruire una società più giusta usando gli strumenti dell’ingiustizia. Non puoi combattere la violenza con la violenza. Non puoi denunciare l’oppressione opprimendo chi dissente. Non puoi predicare rispetto mentre insulti in privato chi non ti piace.

Il filosofo Karl Popper diceva che la differenza tra società aperte e chiuse sta nella capacità di dubitare. Le attiviste di “Fascistella” avevano la certezza assoluta di essere dalla parte giusta. Questa certezza le ha autorizzate a ogni violenza verbale, a ogni schedatura, a ogni campagna distruttiva.

L’umiltà intellettuale, il riconoscimento che potremmo sbagliarci, è il fondamento di ogni etica autentica. Senza dubbio, senza autocritica, senza la disponibilità a mettere in discussione le nostre certezze, diventiamo esattamente quello che crediamo di combattere.

Epilogo Personale: I Partigiani che Tradiscono la Resistenza

Conosco bene questa dinamica. Non solo teoricamente, ma nella carne viva della mia esperienza.

Ci sono zone del mio territorio dove non posso presentare i miei libri. Non perché io abbia tradito gli ideali che condividiamo. Non perché abbia fatto qualcosa di oggettivamente sbagliato. Ma perché alcune persone, persone che dovrebbero essere dalla mia stessa parte, compagni di strada nell’antifascismo militante, hanno deciso che non sono abbastanza allineato al loro modo di vedere le cose.

Antipatie personali. Differenze di tono. Il fatto che io non parli esattamente come piace a loro, che non agisca secondo i loro codici non scritti, che non mi sottometta alla loro approvazione preventiva.

È lecito, naturalmente. Ognuno ha diritto alle proprie antipatie. Ma quando queste antipatie diventano criteri di esclusione, quando si trasformano in ostacoli alla diffusione di idee che dovremmo condividere, quando creano divisioni artificiali in un fronte che dovrebbe essere unito, allora diventano qualcosa di diverso.

Diventano autolesionismo.

Perché chi sta pagando il prezzo di queste divisioni? Non io, il mio lavoro continua, i miei libri trovano altri spazi, altre orecchie pronte ad ascoltare. No, a pagare sono loro. A pagare è l’antifascismo militante, che invece di costruire ponti costruisce muri. Che invece di allargare la base si assottiglia in cerchie sempre più ristrette di “puri”. Che preferisce l’ortodossia ideologica all’efficacia politica.

E a pagare, soprattutto, sono le battaglie che dovremmo combattere insieme. Perché mentre noi ci divoriamo tra “compagni” per stabilire chi è più radicale, più coerente, più degno di rappresentare l’ideale, il fascismo vero, quello che non ha bisogno di virgolette, avanza. E ride di noi.

Non scrivo questo per vittimismo. Io sto bene. Il mio lavoro procede. Ma scrivo questo come testimonianza di un meccanismo che ho visto ripetersi innumerevoli volte: l’autodistruzione della sinistra, dell’antifascismo, di ogni movimento progressista attraverso la logica della purezza ideologica.

Scrivo questo perché vorrei che qualcuno, da qualche parte, si fermasse un attimo a chiedersi: “Cosa stiamo difendendo esattamente? E stiamo davvero difendendo quello, o stiamo solo difendendo il nostro piccolo feudo di potere?”

Conclusione: Il Sale che Perde Sapore

Nel Vangelo c’è un’immagine potentissima: il sale che perde il sapore. Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.”

È questo che succede quando tradiamo i principi che professiamo. Non diventiamo semplicemente ipocriti, diventiamo inutili. Peggio: diventiamo dannosi alla causa che crediamo di servire.

Il caso “Fascistella” è il sale che ha perso sapore. Sono persone che hanno tradito non solo gli altri, ma prima di tutto sé stesse. Hanno costruito carriere sulla denuncia dell’ingiustizia, e poi hanno perpetrato esattamente quell’ingiustizia quando pensavano che nessuno guardasse.

Ma qualcuno guardava sempre. La realtà guardava. La verità guardava. E prima o poi, inevitabilmente, è emersa.

La domanda che rimane, la domanda che ognuno di noi deve porsi, è questa: sto vivendo secondo i principi che professo? O sto solo usando quei principi come maschera per il mio desiderio di potere?

Se la risposta è la seconda, allora non importa quanto sia giusta la causa che diciamo di servire. Abbiamo già perso. E meritevamo di perdere.

Ma se la risposta è la prima, se siamo disposti a sottoporre noi stessi allo stesso scrutinio che applichiamo agli altri, se accettiamo di dubitare delle nostre certezze, se riconosciamo che anche noi possiamo sbagliare, allora forse c’è speranza.

Forse possiamo costruire qualcosa di diverso. Non un movimento di puri che si auto-celebrano, ma una comunità di imperfetti che cercano onestamente di fare meglio. Non un tribunale che giudica e condanna, ma uno spazio dove si può sbagliare, riconoscerlo, riparare, crescere.

Questa è la differenza tra il moralismo e la moralità. Tra l’apparire giusti e l’essere giusti. Tra il potere che corrompe e l’umiltà che redime.

E questa scelta , questa scelta fondamentale, spetta a ciascuno di noi. Ogni giorno. In ogni azione. In ogni parola.

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Comment

  1. Adriana ha detto:
    12 Novembre 2025 alle 9:45

    Una fotografia perfetta della “condizione umana”dei nostri tempi. Per restare fermi sui nostri principi ci troviamo a combattere battaglie impari dove l’omologazione non ha solo reso il sale senza sapore. Ma spesso lo ha sciolto nel torrente della disumanità. Si paga un prezzo altissimo per non soccombere ma ne vale la pena perché il sapore della nostra vita ha ancora quello del sale.

    Rispondi

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