Un racconto di prigionia e resistenza
Giorno 327 (forse)
Il primo rumore del mattino è sempre lo stesso: il metallo contro metallo, serrature che si aprono in cascata lungo il corridoio. Conto le celle. Una, due, tre, quattro… poi la mia. Ho imparato a svegliarmi un minuto prima, per non farmi trovare con gli occhi ancora pieni di sogni. I sogni qui sono un lusso pericoloso. Ti fanno credere che esistano ancora il mare, i bambini che ridono nei villaggi, l’acqua pulita che scorre nei tubi che abbiamo installato insieme.

La luce entra obliqua dalla finestra alta. Deve essere novembre, ma qui il tempo non ha stagioni, ha solo temperature: caldo umido, caldo soffocante, caldo notturno che non ti lascia dormire. Il mio compagno di cella (non so il suo nome, ci hanno insegnato a non chiedere) si gira sul suo giaciglio. Ha la febbre da tre giorni. Ho provato a chiamare, a chiedere medicine. Il guardiano mi ha guardato come si guarda un insetto fastidioso.
L’ipertensione. Penso alle mie pastiglie, rimaste nella borsa che mi hanno sequestrato a quel posto di blocco. Chissà dove sono finite. A volte sento il cuore che accelera, un tamburo sordo nelle tempie. Respiro. Inspiro contando fino a quattro, trattengo fino a sette, espiro fino a otto. Me l’ha insegnato un fisioterapista di Humanity & Inclusion, durante un training a Ginevra. “Per gestire lo stress in situazioni difficili,” aveva detto. Non immaginava quanto.
Ore 7:00. La colazione
Un mestolo di qualcosa che una volta era riso, forse. L’odore è quello che ti entra nelle narici e non se ne va più: sudore, latrina intasata, cibo rancido, paura. Sì, la paura ha un odore. È acre, metallica. La riconosco su di me nei primi giorni, quando ancora non capivo cosa stesse succedendo. “Cospirazione”, avevano detto. “Terrorismo”, aveva sussurrato qualcuno.
Terrorista. Io che ho passato vent’anni a costruire pozzi, a formare comunità sulla gestione dei rifiuti, a insegnare ai bambini con disabilità che hanno diritti, che contano, che meritano dignità.
Mangio lentamente. Non so quando sarà il prossimo pasto. E mangiare lentamente è un atto di resistenza. È dire: io decido ancora qualcosa. Anche se è solo la velocità con cui il cucchiaio va alla bocca.
Ore 10:00. Il cortile
Ci concedono un’ora d’aria. Tre volte a settimana, se il guardiano è di buon umore. Se ha litigato con la moglie, restiamo dentro. La giustizia qui ha l’umore degli uomini che la amministrano.
Nel cortile c’è Luis. O almeno, lo chiamo così. Ha circa sessant’anni, forse più. È dentro da quattro anni. Non sa perché. “Ho fatto una domanda sbagliata in piazza,” mi ha detto una volta. Tutto qui. Una domanda.
Luis mi insegna lo spagnolo venezuelano, quello vero, quello della strada. Mi racconta di sua nipote, che dovrebbe fare la prima comunione a dicembre. “Se Dio vuole,” aggiunge sempre. Ma lo dice senza convinzione. Qui dentro Dio sembra una presenza lontana, distratta.
C’è anche Carlos, più giovane, forse trent’anni. Era un giornalista. Scriveva di corruzione locale. Una notte l’hanno preso. Sua moglie era incinta. “Dovrebbe avere due anni ormai,” dice guardando il cielo. “Una bambina. L’hanno chiamata Esperanza.” Speranza. Il nome più ironico e necessario che potesse scegliere.
Parliamo poco. Le parole qui costano. Ogni frase può essere travisata, riportata, usata contro. Ma ci scambiamo sguardi. E in quegli sguardi c’è un’umanità che nessuna divisa può cancellare. Ci stiamo dicendo: io ti vedo. Tu esisti. Non sei solo un numero.
Ore 14:00. L’interrogatorio che non arriva
Ogni giorno aspetto che mi chiamino. Che mi dicano le accuse formali. Che mi diano un avvocato. Un processo. Qualcosa. Il mio contatto consolare (l’ho visto una volta, sei mesi fa, per venti minuti, con due guardie armate presenti) mi ha detto di “resistere”. “Stanno lavorando,” ha sussurrato.
Ma chi sta lavorando? E su cosa? Sono un’informazione scomoda? Una pedina di scambio? Un monito per altri cooperanti?
Ripenso a Guasdualito. Dovevo arrivare lì per il progetto con le comunità Wayúu. Avevamo messo insieme un programma bellissimo: acqua pulita, servizi igienici accessibili, formazione sulla salute. Ventitré famiglie con bambini disabili che aspettavano. Chissà se qualcun altro è andato. Chissà se i fondi non si sono persi nella burocrazia. Chissà se quei bambini hanno ancora sete.
Ore 17:00. La lettera che non posso scrivere
Cara mamma,
Ti scrivo nella mia testa, come faccio ogni giorno. So che sei lì fuori, che ti stai battendo. L’ho sentito in quella telefonata di luglio, l’unica che mi hanno concesso. Sei minuti. La tua voce che tremava ma cercava di essere forte. “Ti portiamo a casa, Alberto. Resisti.”
Voglio dirti che sto bene, ma non è vero. Voglio dirti che ho paura, ma non voglio che tu ti preoccupi più di quanto già fai. Allora ti dico quello che è vero nel modo più profondo: sono ancora io. Ancora quello che giocava a calcio sul Lido. Quello che partiva con lo zaino troppo pieno per villaggi di cui non sapevi nemmeno la pronuncia. Quello che credeva (crede) che ogni vita vale.
Mi chiedo se ricevi le mie lettere mentali. Se da qualche parte, nel tuo cuore di madre, senti che ti penso. Ogni. Singolo. Giorno.
Ore 19:00. Il pane e il perdono
Durante la cena (un pezzo di pane duro, qualcosa che dovrebbe essere zuppa) succede una cosa inaspettata. Una delle guardie, quella giovane con gli occhi stanchi, mi passa un pezzo di pane in più. Un gesto minuscolo. Potrebbe costargli il posto. O peggio.

I nostri sguardi si incrociano per un secondo. E in quel secondo vedo qualcosa: rimorso? Umanità? La consapevolezza che anche lui è prigioniero, in un certo senso, di un sistema che ci schiaccia entrambi?
“Gracias,” sussurro. Lui non risponde, si allontana veloce.
Questo è quello che non capiscono, quelli che decidono le nostre vite da uffici lontani. Che l’umanità filtra. Anche attraverso le sbarre. Anche attraverso le divise. Anche attraverso l’orrore.
Ore 22:00. Le stelle che non vedo
La finestra della cella è troppo alta per vedere il cielo. Ma so che le stelle ci sono. Le stesse che vedevo in Sud Sudan, in Mozambico, in Myanmar. Le stesse che i bambini delle comunità che ho servito mi indicavano, facendomi i nomi nelle loro lingue.

Il mio compagno di cella respira affannoso. La febbre sale. Prendo la mia coperta (l’unica che ho) e gliela metto addosso. Lui mormora qualcosa. Forse un grazie. Forse il nome di qualcuno che ama.
E qui, in questo momento, capisco qualcosa.
La speranza non è credere che tutto andrà bene. La speranza non è l’ottimismo stupido o la negazione della realtà. La speranza è più radicale. È l’atto di dare la tua coperta a uno sconosciuto che ha freddo. È il pezzo di pane in più della guardia. È il nome Esperanza dato a una bambina che non hai potuto abbracciare. È Luis che parla della comunione di sua nipote usando il futuro, non il condizionale.
La speranza è quello che fanno gli esseri umani quando tutto dice loro di arrendersi.
Giorno 328 (forse)
Il metallo contro metallo. Una, due, tre, quattro… la mia cella. Mi sveglio un minuto prima.
Il mio compagno respira meglio. La febbre è scesa. Quando apro gli occhi, mi sta guardando. “Gracias,” dice. E sorride. Un sorriso stanco, ma vero.
Luis oggi mi insegnerà nuove parole. Carlos mi racconterà ancora di Esperanza. La guardia con gli occhi stanchi forse passerà di nuovo.
E io resisterò. Non perché sono forte. Non perché sono coraggioso. Ma perché ogni giorno in cui ci vediamo, ci riconosciamo, ci aiutiamo, è un giorno in cui vinciamo.
Non so quando uscirò. Non so se uscirò. Ma so che finché posso dare la mia coperta, finché posso contare le celle, finché posso scrivere lettere mentali a mia madre, loro non hanno vinto.
La quintessenza umana è la speranza.
E qui a El Rodeo, in questo inferno dimenticato, la speranza ha il sapore di un pezzo di pane diviso.
Per Alberto, che resiste. Per tutti coloro che resistono.
