Un sogno che nasce in quest’epoca segnata da muri visibili e invisibili, da algoritmi che decidono destini, da crisi climatiche che colpiscono sempre i più fragili, da guerre che ci costringono ancora a fuggire, da povertà che cresce persino dove l’abbondanza sembra regnare.
Ho un sogno che un giorno non conterà più il colore della pelle, né il passaporto, né il codice postale in cui sei nato, ma soltanto la dignità con cui ciascuno cammina nel mondo.
Ho un sogno che un giorno la scuola pubblica non sarà più un privilegio fragile, ma un diritto forte e luminoso per ogni bambino, dal Nord al Sud, dalle metropoli digitali alle periferie dimenticate.
Ho un sogno che un giorno le donne non dovranno più lottare due volte, contro il sessismo e contro il pregiudizio, per essere ascoltate, pagate, rispettate.
Ho un sogno che un giorno l’operaio sottopagato, il rider che consegna sotto la pioggia, la madre che lavora e cura senza riconoscimento, il migrante respinto ai confini, avranno pari voce e pari giustizia davanti a chi governa e a chi decide.
Ho un sogno che un giorno non esisteranno più le “vite di serie A” e le “vite di serie B”, perché finalmente capiremo che la Terra non è proprietà di pochi, ma casa di tutti.
Ho un sogno che le tecnologie che oggi dividono e sorvegliano, domani diventeranno strumenti di incontro, di cura e di libertà.
Ho un sogno che le nuove generazioni non erediteranno solo debiti e catastrofi, ma semi di pace, comunità e speranza.
E quando questo sogno si compirà, in Africa e in America, in Europa e in Medio Oriente, in ogni angolo del pianeta, allora potremo dire di aver vinto davvero. Perché non sarà la ricchezza a renderci liberi, ma la giustizia. Non sarà la potenza a renderci grandi, ma la fraternità.
E quel giorno, finalmente, sarà il giorno dell’Umanità intera.
