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Gaza, Srebrenica: L’Eco di un Dolore che si Ripete

Posted on 20 Luglio 202520 Luglio 2025 By tommaso

“Mai più”. Una promessa solenne, quasi un mantra, scolpita nella coscienza del mondo dopo gli orrori della Bosnia e il genocidio di Srebrenica. Eppure, oggi, quella promessa si sgretola sotto i bombardamenti a Gaza, trasformandosi in un beffardo “Ancora e ancora”. Le circostanze storiche sono diverse, i protagonisti non sono gli stessi, ma a guardare da vicino, la grammatica della disumanizzazione e della pulizia etnica presenta parallelismi agghiaccianti. Mettere a confronto Srebrenica e Gaza non è un esercizio accademico, ma un dovere morale per non abituarsi all’orrore.

La Fabbrica della Disumanizzazione

Ogni genocidio ha bisogno di una narrazione che lo giustifichi, di un veleno ideologico che trasformi il vicino in un mostro, un’intera popolazione in una minaccia esistenziale. La Serbia nazionalista di Milošević costruì il suo mito sulla difesa della cristianità contro un presunto ritorno dell’Impero Ottomano, dipingendo i musulmani bosniaci come una quinta colonna islamica nel cuore dell’Europa (una narrazione tossica che trovò sponda persino in alcuni leader europei, convinti dell’innaturalità di uno stato a maggioranza musulmana nel continente, come rivelato da documenti storici – Fonte: The Guardian sui “Clinton Tapes”).

Oggi, sentiamo un’eco assordante di questa strategia. Il governo israeliano di Netanyahu non si limita a combattere Hamas; racconta al mondo, e soprattutto a un Occidente fin troppo disponibile ad ascoltare, di essere l’avamposto della “civiltà giudaico-cristiana” contro la barbarie islamista. In questa narrazione, non esistono civili palestinesi, ma solo un’unica entità nazista, un popolo-terrorista. È un processo di disumanizzazione scientifica, necessario per rendere accettabile l’inaccettabile: la distruzione di ospedali, università, e le continue, strazianti “stragi del pane” contro civili inermi in fila per gli aiuti.

Una Strategia di Terrore e Svuotamento

A Srebrenica, il generale Ratko Mladić non si limitò a conquistare un’enclave. Massacrò sistematicamente oltre 8.000 uomini e ragazzi per terrorizzare un intero popolo e spingerlo alla resa, per cancellarne la presenza da quella terra. L’obiettivo non era solo militare, era demografico.

Tarik Samarah

A Gaza, assistiamo a una strategia simile, sebbene con metodi diversi. La fame come arma di guerra, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, l’ordine di evacuazione di milioni di persone verso aree che vengono comunque bombardate. Non è forse questa una forma di pulizia etnica? Omer Bartov, illustre studioso israeliano di storia dell’Olocausto, non ha usato mezzi termini per descrivere le azioni dell’esercito israeliano, definendole “atti di genocidio” e “un chiaro tentativo di pulizia etnica” (Fonte: Omer Bartov sul New York Times). La Corte Internazionale di Giustizia ha accolto l’accusa del Sudafrica, riconoscendo la plausibilità del rischio di genocidio e imponendo a Israele misure cautelari che vengono sistematicamente ignorate (Fonte: Comunicato stampa ICJ).

Il Silenzio Assordante del Mondo

Come allora in Bosnia, anche oggi in Palestina il mondo osserva. I governi occidentali si rifugiano dietro deboli deplorazioni e appelli alla “moderazione”, mentre nei fatti continuano a fornire copertura politica e, in alcuni casi, armi. È emblematico notare come la Serbia, protagonista del dramma bosniaco, sia oggi uno dei fornitori di armamenti a Israele (Fonte: Balkan Insight), chiudendo un cerchio di tragica coerenza.

Come allora il governo di Belgrado rifiutava i verdetti dell’Aia, oggi il governo israeliano definisce “antisemita” ogni critica e ogni sentenza dei tribunali internazionali, ponendosi al di sopra della legge. Ma l’ipocrisia, oggi, è più faticosa. Le immagini in diretta, le testimonianze dei medici e degli operatori umanitari, le voci coraggiose di tanti ebrei in Israele e nel mondo che si oppongono a questo massacro, rendono impossibile non vedere. Sondaggi interni a Israele mostrano un’opinione pubblica drammaticamente favorevole ad azioni estreme come l’espulsione dei palestinesi (Fonte: The Times of Israel su sondaggi post-7 ottobre), un dato che rivela quanto in profondità sia penetrata la propaganda disumanizzante.

Rompere lo Specchio

Permettere che a Gaza si compia ciò che si è giurato non sarebbe “mai più” accaduto non significa solo condannare il popolo palestinese a un destino di morte e sradicamento. Significa, come avverte lo stesso Bartov, indebolire l’idea stessa di giustizia internazionale e banalizzare la memoria di tutti i genocidi, inclusa la Shoah.

L’empatia non è un’opzione, è un imperativo. Ascoltare le voci da Gaza, guardare negli occhi quel dolore, riconoscere in esso l’eco di Srebrenica, è il primo passo per rompere questo specchio maledetto della storia e pretendere, con una forza nuova, che “mai più” smetta di essere uno slogan vuoto e diventi, finalmente, una realtà.

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