Un domenicale sulla libertà ultima e il coraggio della compiutezza
C’è un gesto che la nostra cultura fatica a nominare senza imbarazzo, un gesto che sfida la grammatica stessa con cui pensiamo l’esistenza. Le gemelle Kessler, Ellen e Alice, quasi novantenni, hanno deciso di morire insieme. Non per malattia, non per disperazione, ma perché hanno sentito che la loro vita era compiuta. Piena. Abbastanza.
Questa parola, “abbastanza”, ci disturba profondamente. Siamo figli di una cultura che ci insegna che la vita è sempre insufficiente, sempre da prolungare, sempre da aggiungere. Un altro giorno, un altro respiro, un’altra alba. Come se la quantità fosse la sola misura del valore, come se esistere fosse di per sé una giustificazione sufficiente per continuare a esistere.
Ma Ellen e Alice ci offrono un’altra grammatica. Non quella della rinuncia, della sconfitta, della fuga dal dolore. La loro non è una protesta nichilista contro l’assurdo della condizione umana. È qualcosa di più radicale e, paradossalmente, di più vitale: è l’affermazione che una vita può essere piena proprio perché sa riconoscere la propria compiutezza.

Il tabù che ci definisce
Non è il suicidio in sé che ci scandalizza. Quello della persona malata, disperata, sofferente lo comprendiamo, lo contestualizziamo, lo circoscriviamo entro coordinate che ci permettono di mantenere intatta la nostra visione del mondo. È questo tipo specifico di scelta che ci disorienta. Perché tocca qualcosa di più profondo della compassione per chi soffre: tocca il nostro bisogno di credere che la vita sia sempre, comunque, preferibile alla morte.
Eppure, dobbiamo interrogarci: questa convinzione nasce davvero da un amore autentico per l’esistenza o piuttosto dalla paura di guardare in faccia la nostra finitezza? La cultura cattolica in cui siamo immersi (anche quando ci dichiariamo atei) ci ha abituati a pensare la vita come un dono che non possiamo rifiutare, un compito che dobbiamo portare a termine fino all’ultimo respiro, indipendentemente dal senso o dal non senso che vi scorgiamo.
Ma cosa succederebbe se accettassimo l’idea che la vita non è un debito da saldare fino alla fine, bensì un’opera che può essere conclusa quando l’autore sente di aver espresso tutto ciò che aveva da dire?
La saggezza di altre grammatiche
Lo shintoismo giapponese, il buddhismo, lo stoicismo antico ci mostrano che la nostra angoscia culturale di fronte al suicidio volontario non è universale. Non è inscritta nella natura umana, ma nella specifica tradizione che ci ha formati. Per gli stoici, la vita era come un cane legato a un carro: puoi seguirlo docilmente o resistergli, ma quando non riesci più a stargli al passo, scegliere di gettarti sotto le ruote non è vigliaccheria, è lucidità.
“Ducunt volentem fata nolentem trahunt”: il destino guida chi lo accetta e trascina chi resiste. Seneca, che scrisse queste parole, non disprezzava la vita. La amava profondamente. Ma riconosceva che c’è una differenza abissale tra vivere e lasciarsi trascinare. Tra essere presente alla propria esistenza e persistere meccanicamente.
La pienezza che riconosce i propri confini

Ellen e Alice non si sono stancate della vita perché la vita fosse diventata insopportabile. Si sono stancate nel senso più letterale del termine: hanno esaurito il loro ciclo. Hanno bevuto fino in fondo dalla coppa della loro esistenza e, riconoscendola piena, hanno scelto di non aspettare che qualcun altro (il tempo, la malattia, il caso) la rovesciasse.
C’è qualcosa di profondamente dignitoso in questa scelta. E, paradossalmente, di profondamente vitale. Perché richiede un’attenzione straordinaria alla qualità della propria esistenza, un’intimità con il proprio vissuto che la maggior parte di noi non raggiunge mai. Richiede di aver abitato davvero la propria vita, di averla attraversata con consapevolezza, di poter dire: “Questa sono stata io. Questo ho fatto. Questo ho amato. E ora basta.”
Non è contro la vita, questa scelta. È a favore di una vita che sa riconoscere la propria forma, i propri contorni, il proprio senso compiuto. È a favore di una vita che non si lascia ridurre a pura durata, a mera persistenza biologica.
Il coraggio della compiutezza
Viviamo in una cultura ossessionata dalla longevità, come se aggiungere anni alla vita fosse automaticamente aggiungere vita agli anni. Ma le gemelle Kessler ci ricordano che la pienezza non si misura in quantità. Che una vita di novant’anni può essere compiuta e una vita di cento può essere svuotata. Che il valore di un’esistenza non sta nel numero di colazioni consumate, di tramonti osservati, di respiri presi.
Il loro gesto finale non è una negazione di tutti quei tramonti, di tutte quelle colazioni. È, al contrario, un’affermazione: “Sono stati abbastanza. Sono stati belli. Sono stati nostri. E ora li lasciamo andare.”
C’è un coraggio immenso in questa capacità di dire basta. Un coraggio che la nostra cultura, terrorizzata dalla morte, fatica anche solo a nominare. Preferiamo chiamarlo disperazione, depressione, cedimento. Perché riconoscere che può essere lucidità, saggezza, libertà, significherebbe mettere in discussione l’intera architettura con cui pensiamo l’esistenza.
Oltre il tabù, verso l’autenticità
Forse dovremmo chiederci: cosa proteggiamo davvero quando ci rifiutiamo di guardare in faccia questo tipo di scelta? Proteggiamo la vita o proteggiamo la nostra illusione di poterla controllare, di poterne posticipare indefinitamente il termine? Proteggiamo la sacralità dell’esistenza o proteggiamo la nostra incapacità di accettare che ogni cosa, anche la più preziosa, ha un confine?
Ellen e Alice ci offrono un dono difficile da accogliere: la possibilità di pensare la morte non come il nemico della vita, ma come suo compimento naturale. La possibilità di pensare che scegliere il proprio tempo non significa disprezzare il dono ricevuto, ma onorarlo fino in fondo, fino all’atto finale di libertà.
Ci mancheranno. Ma forse proprio questa mancanza dovrebbe farci riflettere: non sulla loro scelta, ma sulla nostra paura di guardarla in faccia. Non su quanto avremmo voluto trattenerle, ma su cosa significa davvero rispettare la libertà e la dignità di una vita compiuta.
Perché in fondo, se davvero amiamo la vita, dobbiamo amare anche la sua finitezza. Dobbiamo amare anche il momento in cui qualcuno, con lucidità, libertà e gratitudine, dice: “È stato abbastanza. È stato bello. E ora è finito.”
