«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.» Primo Levi
Oggi, 27 gennaio, celebriamo il Giorno della Memoria. Corone di fiori, minuti di silenzio, discorsi solenni. E poi? Poi torneremo a guardare dall’altra parte.
Perché questo non è il Giorno della Memoria. È il Giorno della Memoria Corta. Un rito collettivo in cui ci assolviamo dal presente commemorando il passato.
Chi abbiamo promesso di ricordare
Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz si aprirono. Dietro quei cancelli c’erano sei milioni di ebrei sterminati. Ma non solo loro. C’erano i rom e i sinti, mezzo milione di vite cancellate perché “zingari”. C’erano gli omosessuali, marchiati con il triangolo rosa e condannati per il crimine di amare. C’erano i disabili, eliminati perché “vite indegne di essere vissute”. C’erano i testimoni di Geova, che rifiutarono di giurare fedeltà al regime. C’erano gli oppositori politici, i dissidenti, chiunque osasse resistere.
“Mai più”, abbiamo detto.
Lo ripetiamo ogni anno. Con le lacrime agli occhi, la mano sul cuore, la voce rotta dall’emozione.
Poi domani ricomincia tutto.
Il presente che non vogliamo vedere
Mentre prepariamo i discorsi per oggi, a Gaza un intero popolo muore sotto le bombe. Bambini estratti dalle macerie. Ospedali rasi al suolo. Fame usata come arma. Non importa da che parte stiate nel conflitto: quello che sta accadendo alla popolazione civile palestinese ha un nome preciso, e quel nome non possiamo pronunciarlo solo quando riguarda il passato.
Mentre ci commuoviamo per Anne Frank, il Mediterraneo continua a inghiottire corpi. Uomini, donne, bambini che fuggono da guerre e miseria, lasciati affogare nel nostro mare. Li chiamiamo “migranti”, come se la parola potesse renderli meno umani, meno nostri.
Mentre citiamo Primo Levi, gli uiguri scompaiono nei campi di rieducazione cinesi. Un milione di persone detenute per la loro fede, la loro cultura, la loro identità. Il mondo fa affari con i loro carcerieri.
Mentre parliamo di treni per Auschwitz, i rohingya marciscono nei campi profughi del Bangladesh, cacciati dal Myanmar in quello che le Nazioni Unite hanno definito genocidio. Chi se ne ricorda più?
E mentre scriviamo “mai più” sui nostri social, a Minneapolis succede qualcosa che dovrebbe toglierci il sonno.
Minneapolis, gennaio 2026
Si chiama Operazione Metro Surge. È, secondo chi l’ha ordinata, “la più grande operazione di contrasto all’immigrazione mai realizzata”. Duemila agenti federali armati e mascherati hanno occupato una città americana. Tremila persone arrestate. Scuole chiuse o passate alla didattica a distanza. Famiglie che si nascondono. Una chiesa che distribuisce dodicimila scatoloni di cibo a chi non può più uscire di casa.
Due cittadini americani sono stati uccisi dagli agenti. Si chiamavano Renée Good e Alex Pretti. Avevano trentasette anni.
Quattro membri della tribù Oglala Sioux sono stati prelevati durante un raid in un accampamento di senzatetto. Per avere informazioni su di loro, il governo ha chiesto alla tribù di firmare un accordo di collaborazione con le autorità migratorie.
Cinquantatré persone sono morte in custodia.
Tutto questo non accade in un regime totalitario. Accade nella nazione che si proclama faro della democrazia mondiale. Accade ora. Accade mentre voi leggete.
L’ipocrisia che ci condanna
Sapete qual è la cosa più oscena? Che molti di coloro che oggi terranno i discorsi più appassionati sul Giorno della Memoria sono gli stessi che firmano accordi con i governi che torturano. Gli stessi che finanziano muri e respingimenti. Gli stessi che chiamano “invasione” la disperazione. Gli stessi che voltano la testa quando la vittima non ha il volto giusto, la religione giusta, il passaporto giusto.
Non li nomino. Non serve.
Li riconoscete dalla differenza tra quello che dicono il 27 gennaio e quello che fanno gli altri 364 giorni dell’anno.
La memoria è un verbo
La memoria non è un minuto di silenzio. Non è una corona di fiori. Non è un hashtag.
La memoria è un verbo. Si coniuga al presente. Si declina nelle scelte quotidiane. Nella firma sotto una petizione. Nella voce che si alza quando tutti tacciono. Nel voto che si dà e in quello che si nega. Nell’indignazione che non si spegne domani.
Primo Levi ci ha avvertiti: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo.
Sta accadendo di nuovo.
La domanda non è se vi ricordate del passato. La domanda è: cosa state facendo per il presente?
Oggi, mentre ascoltate i discorsi e osservate i minuti di silenzio, chiedetevelo. E se la risposta non vi piace, avete 364 giorni per cambiarla.
La memoria corta è una scelta. Anche quella lunga lo è.
Scegliete.
