Una campana suona a Sanremo. Suona “contro” qualcuno. Già questo dovrebbe bastare a farci riflettere: quando mai una campana cristiana ha suonato contro?
Le campane chiamano. Radunano. Annunciano. Accompagnano i morti e celebrano i vivi. Ma questa no. Questa campana punta il dito. Questa campana giudica. Rintocca per i “bambini non nati” e, nel farlo, condanna le donne che hanno scelto di non farli nascere.
Non è un caso isolato. A Verona nel 2019 il Congresso delle Famiglie trasformò la città in un tribunale morale, mentre migliaia di persone protestavano nelle piazze. In Polonia campagne simili hanno partorito leggi che oggi uccidono le donne, costrette a portare avanti gravidanze che le ammazzano. Nel Regno Unito gruppi di “preghiera silenziosa” presidiano le cliniche come sentinelle del giudizio.
È un copione che si ripete. E ogni volta, la stessa domanda resta sospesa nell’aria, inevasa: chi suona queste campane, cosa fa concretamente per quelle donne?
Sepolcri imbiancati
C’è un’ironia feroce in tutto questo. Questi gruppi si richiamano al Vangelo. Parlano in nome di Cristo. Ma quale Cristo?
Non quello dei Vangeli, evidentemente.
Perché il Gesù che incontriamo nelle Scritture riservava le parole più dure, le uniche davvero taglienti del suo ministero, a una categoria precisa di persone. Non alle prostitute. Non agli adulteri. Non ai pubblicani che collaboravano con l’occupante romano. A loro offriva perdono, compagnia, speranza.
No. Le parole che bruciano, Gesù le riservava ai farisei.
“Sepolcri imbiancati.” “Guide cieche.” “Ipocriti.” E soprattutto, questa accusa che attraversa i secoli e arriva intatta fino a noi: «Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito».
Eccola, l’ipocrisia che Cristo denunciava. Imporre pesi morali senza offrire aiuto. Giudicare senza accompagnare. Pretendere purezza mentre si trascurano «la giustizia, la misericordia e la fedeltà».
Una campana che suona contro le donne incarna precisamente questo spirito. È fariseismo allo stato puro. È il peso morale scaricato su chi è già piegata dalla difficoltà, mentre chi suona quella campana non muove un dito per cambiare le condizioni che hanno portato a quella scelta.
La domanda che nessuno pone
Perché una donna abortisce?
Non per capriccio. Non per leggerezza. Non perché “oggi si fa così”. Abortisce perché si trova di fronte a una gravidanza che non può, non riesce, non sa come portare avanti. Per ragioni economiche, relazionali, di salute, di violenza subita, di solitudine, di paura.
Allora la domanda vera diventa un’altra: cosa facciamo per evitare che le donne si trovino in quella condizione?
Qui il silenzio dei moralisti diventa assordante.
Quanti di loro si battono per la contraccezione gratuita? Quanti sostengono l’educazione sessuale nelle scuole? Quanti finanziano consultori? Quanti chiedono asili nido accessibili, congedi parentali dignitosi, sostegni economici alle madri sole, parità salariale?
La risposta la conosciamo. Pochissimi. Quasi nessuno. Spesso gli stessi ambienti che organizzano veglie anti-aborto si oppongono all’educazione sessuale “perché corrompe i giovani”, alla contraccezione “perché è contro natura”, ai consultori “perché sono fabbriche di aborti”.
È un cortocircuito morale. È come pretendere che la gente non anneghi mentre si chiudono le piscine dove potrebbero imparare a nuotare.
Quello che funziona davvero
I numeri non mentono. In Italia gli aborti sono calati del settanta per cento in quarant’anni. Settanta per cento. Non grazie alle campane, alle mozioni comunali, alle veglie di preghiera. Sono calati grazie alla contraccezione, all’educazione, ai consultori, alla Legge 194 che ha reso l’aborto sicuro e ha costruito una rete di prevenzione.
Negli Stati Uniti, studi rigorosi dimostrano che fornire contraccettivi gratuiti (soprattutto quelli a lunga durata come spirali e impianti) riduce gli aborti del sessanta, settanta, quasi ottanta per cento rispetto alla media nazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica la strada: educazione sessuale completa, contraccezione accessibile, servizi sanitari di qualità.
Funziona. È dimostrato. È misurabile.
Ma richiede impegno. Richiede risorse. Richiede un cambiamento culturale profondo. Richiede che gli uomini si assumano la loro parte di responsabilità contraccettiva. Richiede welfare, servizi, politiche serie.
Una campana costa poco. Un sistema di welfare costa molto. E allora si suonano campane.
La differenza
C’è una differenza abissale tra volere che le donne non abortiscano e volere che le donne non si trovino nella condizione di doverlo fare.
La prima posizione è facile. Basta giudicare, condannare, suonare campane.
La seconda è difficile. Richiede di costruire una società in cui ogni gravidanza possa essere accolta non perché la legge lo impone, ma perché le condizioni lo permettono. Richiede di stare accanto, non di fronte. Di tendere mani, non di puntare dita.
Il moralismo giudica. La moralità accompagna.
Il moralismo suona campane. La moralità apre consultori.
Il moralismo vuole donne obbedienti. La moralità vuole donne libere, e lavora perché quella libertà possa essere esercitata in condizioni di dignità, sicurezza, sostegno.
Quella campana
Torno a quella campana di Sanremo. Penso a una donna che la sente suonare. Una donna che forse sta attraversando il momento più difficile della sua vita. Una donna che non ha scelto di trovarsi lì, in quella situazione, davanti a quella decisione impossibile.
Quella campana non la aiuta. Non le offre un lavoro, un asilo nido, un sostegno economico, una rete di solidarietà. Non le tende una mano. Le punta un dito.
È religiosità dell’apparenza, non della sostanza. È il fariseismo che Cristo denunciava. È un fardello pesante posto sulle spalle di chi è già piegata, da parte di chi non muove un dito per aiutarla a portarlo.
Una campana che suona contro le donne non salva nessuno. Aggiunge dolore al dolore, vergogna alla difficoltà, solitudine a chi avrebbe bisogno di vicinanza.
Le campane cristiane dovrebbero suonare per chiamare, non per condannare. Per radunare, non per escludere. Per accompagnare, non per giudicare.
Quella campana di Sanremo ha tradito la sua natura. E, con essa, chi l’ha fatta suonare ha tradito il Vangelo che pretende di difendere.
