Il sole del 16 giugno batteva sui sanpietrini di una Roma già afosa, ma nello studio di Monsignor Valerio Costantini, alla Terza Loggia del Palazzo Apostolico, il tempo sembrava immobile. L’aria sapeva di carta antica e di potere silenzioso. Sul suo schermo, le parole che stava limando per il dossier della giornata suonavano vuote, quasi profane in quella quiete secolare.
Obiettivo: orientare il legislatore italiano verso una legge di compromesso che vieti l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, rafforzando al contempo l’accesso alle cure palliative.
Era un’architettura perfetta, un esercizio di alta diplomazia che coinvolgeva canali ufficiali e informali, la Conferenza Episcopale e pezzi del governo. Un lavoro di pontieri, come si diceva. Domani ci sarebbe stato l’incontro decisivo con i vescovi italiani, il primo del nuovo corso. Un corso che Valerio conosceva bene.
Poco più di un mese prima, il Cardinale Robert Francis Prevost era diventato Papa Leone XIV. Era finito il tempo degli strappi profetici e delle improvvisazioni pastorali di Francesco. Era tornata l’era della gravitas, della mediazione ragionata, della macchina vaticana che lavorava all’unisono come un meccanismo di precisione. E Valerio era uno dei suoi ingranaggi più oliati.
Stava rileggendo il messaggio che il nuovo Papa aveva appena inviato ai vescovi d’Oltremanica per la loro Giornata per la Vita. Leone XIV esortava tutti a “difendere e a non minare la civiltà dell’amore e della compassione”. Valerio sottolineò la frase. Amore. Compassione. Parole assolute, trasformate in strumenti di pressione politica. Sul suo tavolo, accanto alle bozze, una foto sbiadita di sua sorella, morta tre anni prima. Lei non aveva chiesto di morire. Aveva chiesto di non soffrire più, e soprattutto, sussurrava la notte, di non essere un peso. Una richiesta che nessuna legge di compromesso avrebbe mai potuto comprendere fino in fondo.
Quella mattina, nella sua cappella privata, aveva letto il Vangelo di Giovanni. “Il mio regno non è di questo mondo”, aveva detto Cristo a Pilato. Eppure, il lavoro di Valerio consisteva precisamente nel rendere il Regno un attore di questo mondo, un interlocutore che siede ai tavoli dei potenti per negoziare i confini della vita e della morte. La Chiesa non voleva una morte “dolce” somministrata, ma una vita “dolcemente accompagnata”. Ma l’accompagnamento di cui sentiva parlare nelle riunioni non era quello della prossimità evangelica; era il monitoraggio attento di un processo legislativo, per assicurarsi che i confini della sovranità della Chiesa nel proprio ordine non venissero violati. Lui era uno degli architetti di quella sorveglianza. E ogni parola che scriveva gli sembrava un piccolo, silenzioso tradimento.
