Tre bambini tolti a una famiglia che vive senza elettricità nei boschi di Palmoli. Una premier “allarmata da madre” che convoca il ministro della Giustizia. Un vicepremier che grida al “furto di Stato” e minaccia di andare sul posto. Ispettori ministeriali pronti a verificare l’operato dei giudici. Se fosse un film, sembrerebbe eccessivo. Ma è cronaca di questi giorni.
Al di là del merito specifico del caso, dove magistrati esperti hanno valutato elementi come l’assenza di agibilità dell’immobile, il rifiuto di controlli sanitari e l’isolamento sociale dei minori, ciò che colpisce è la reazione governativa. Non si limita a esprimere solidarietà o a chiedere approfondimenti. Va oltre, molto oltre.
Meloni, Salvini e Pro Vita & Famiglia costruiscono una narrazione precisa: lo Stato “ruba i bambini”, i giudici esercitano un potere arbitrario, la famiglia è un nucleo sovrano dove le scelte genitoriali hanno una sacralità che prevale su tutto. Anche curiosa, questa improvvisa passione per una famiglia dallo stile di vita alternativo, normalmente estraneo al mondo conservatore. Ma il punto non è lo stile di vita. Il punto è chi decide.

Perché qui non si discute solo se quella famiglia potesse restare nel bosco. Si discute di chi ha il potere di giudicare cosa sia giusto per i cittadini. E questo governo ha le idee chiare: non certo i magistrati.
Non è un caso isolato. Mentre il premierato avanza verso il referendum, mentre la separazione delle carriere promette di mettere i pubblici ministeri sotto controllo governativo attraverso due Consigli Superiori distinti, ogni occasione diventa utile per delegittimare la magistratura. Giudici dipinti come un “sistema” ostile, che si sostituisce alla volontà popolare, che perseguita famiglie normali.
Le dichiarazioni di questi giorni tradiscono una strategia precisa. Non si tratta solo di modificare l’architettura costituzionale con il premierato. Si tratta di costruire l’immaginario necessario perché quelle riforme appaiano inevitabili. Se i giudici “rubano i bambini”, se applicano le leggi in modo ottuso, se sono avulsi dalla realtà, allora serve qualcuno che li controlli. Serve un governo forte, un premier eletto che possa indirizzare l’azione giudiziaria. Serve, appunto, la separazione delle carriere per mettere i PM sotto l’ala dell’esecutivo.
La Costituzione del 1948 nacque per impedire esattamente questo: che qualcuno, anche se eletto, potesse concentrare nelle proprie mani il potere di decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato. I padri costituenti avevano visto dove porta quella strada. Per questo costruirono equilibri, contrappesi, garanzie.

Oggi quei contrappesi vengono presentati come ostacoli, quelle garanzie come intralci. E ogni fatto di cronaca diventa un mattone per costruire il consenso necessario a demolirli. I bambini di Palmoli, loro malgrado, sono diventati argomento di propaganda per una riforma costituzionale che ridisegnerà i rapporti tra poteri dello Stato.
Il referendum è ancora lontano, ma la campagna è già cominciata. E si combatte anche sui bambini nel bosco.
