C’è una storia, quest’anno, che pesa più di tutti i numeri. È la storia di Satnam Singh.
Non è un grafico, non è una percentuale. È un uomo, un bracciante, che perde un braccio in un macchinario agricolo. E la storia finisce lì? No. La storia inizia lì. Inizia quando, invece di una sirena, arriva un furgone che lo scarica davanti a casa. Il suo braccio amputato gettato in una cassetta della frutta. Satnam Singh è morto dissanguato, sotto il sole dell’Agro Pontino, mentre aspettava un’ambulanza che qualcuno ha chiamato troppo tardi.
Questa non è cronaca nera. È il manifesto di quello che il Dossier Statistico Immigrazione 2025 chiama, senza mezzi termini, una “sottoguerra mondiale contro i poveri”.

Perché la verità è questa: abbiamo costruito un racconto tossico, un’epica al contrario dove l’immigrazione è un’orda alle porte, un’invasione che minaccia la nostra identità. E in ogni guerra, ci sono vite che contano e vite che non valgono nulla.
Vite “sacrificabili”.

Come le 31.000 anime che, ci dice il dossier, abbiamo lasciato inghiottire dal nostro mare in dieci anni. Come gli uomini e le donne braccati dalle polizie lungo la rotta balcanica, picchiati, derubati e ricacciati indietro in un gioco dell’oca disumano. Come le persone che rinchiudiamo nei CPR, descritti dal rapporto come “luoghi di tortura legalizzata”, dove si muore di violenza o di disperazione.
Questa è la storia che raccontiamo a voce alta. La storia della fortezza, della difesa, della paura.
Ma c’è un’altra storia. Una storia che sussurriamo appena.
È la storia di un Paese, il nostro, che sta scomparendo. Un Paese vecchio, stanco, che non fa più figli. Il dossier lo chiama un “pianeta a due velocità”: da una parte un Sud del mondo giovane e in crescita; dall’altra un Nord, il nostro, che invecchia e si restringe.
E qui scatta quello che il dossier definisce il “paradosso populista”.
Gridiamo “non possiamo accoglierli tutti”, ma i nostri imprenditori, i nostri agricoltori, le nostre famiglie implorano per avere manodopera. Gridiamo all’invasione, ma la verità è che senza di loro il nostro sistema collasserebbe domani mattina.
Abbiamo un disperato bisogno di quelle stesse persone che definiamo “nemici”.
Come si tiene in piedi una bugia così grande? Come si conciliano queste due Italie?
Semplice. Costruendo una macchina infernale che produce illegalità.
Non è un incidente. È un progetto.
Chiamiamo questa macchina “Decreto Flussi”. La presentiamo come un canale legale, ma è una lotteria truccata. Il dossier è impietoso: nel 2024, solo il 7,8% delle quote previste si è trasformato in un contratto di lavoro. Una “grottesca lotteria dei click-day” dove centinaia di migliaia di richieste si schiantano contro un muro di burocrazia.
Questo sistema non è fatto per fallire. È fatto per funzionare così.
È fatto per creare un esercito di persone senza documenti. Perché un lavoratore irregolare non ha diritti. Non ha orari. Non ha tutele. È ricattabile. È invisibile. È un’ombra che puoi pagare una miseria.
Un lavoratore irregolare è Satnam Singh.
Lo sfruttamento denunciato dal dossier non è un effetto collaterale della migrazione; è l’obiettivo non dichiarato della nostra politica migratoria. Volevamo braccia, sono arrivate persone, e noi stiamo cercando disperatamente di trasformarle di nuovo solo in braccia.
E quando l’irregolarità che noi stessi abbiamo creato diventa visibile, quando le ombre escono dal cono di luce, allora mostriamo l’altro volto: quello della repressione. I CPR, la “detenzione senza reato”. Puniamo la vittima per il crimine che le abbiamo imposto di commettere.
Il Dossier 2025 non è un libro sui migranti. È uno specchio.
Ci mostra un Paese dove la povertà sta diventando una questione “etnica”: il 67% dei rifugiati è a rischio povertà, contro il 21% degli italiani. Ci mostra le nostre città dove costruiamo muri invisibili, segregando gli stranieri in case fatiscenti “sempre più fuori dai centri”. Ci mostra le nostre scuole dove i figli di questi lavoratori, spesso nati in Italia, hanno un tasso di abbandono scolastico tre volte superiore.
Ci mostra le nostre due facce. Quella che difende i confini con i droni e quella che ha bisogno disperato di qualcuno che raccolga i pomodori.
La storia di Satnam Singh non è la loro vergogna. È la nostra. È l’immagine che ci fissa da quello specchio, con il suo braccio in una cassetta della frutta.
Qualcuno ha detto che “fare politica è uscire insieme dai problemi” (LM).

Ma il sistema che questo dossier descrive:la fabbrica dell’illegalità, la lotteria dei click-day, la “detenzione senza reato” nei CPR, è una politica che, invece di uscire dai problemi, li crea. Li alimenta. E ci lascia soli.
Soli a fissare quello specchio, a chiederci quale delle nostre due Italie sia quella vera, e da quale parte stiamo noi.
