Prima del primo pugno, c’è sempre uno sguardo.
Qualcuno guarda un altro essere umano e decide che quel corpo, quel modo di camminare, quella camicia, quel colore, quella libertà di essere rappresentano una minaccia. Non una minaccia fisica. Qualcosa di peggio: una minaccia a tutto ciò in cui crede. Una crepa nel suo mondo. Un’alternativa che non riesce a sopportare.
A Cosenza, la notte di Natale, un ragazzo di trentuno anni è stato insultato, sputato, picchiato. Quattro volte. Nel quartiere della movida, tra i locali pieni di gente. La sua colpa: vestirsi in modo “non conforme”.
Le cronache si affrettano a precisare che non è gay. Come se questo dovesse rendere il fatto meno grave, o più comprensibile. In realtà lo rende più inquietante. Perché ci dice una cosa precisa: l’odio non ha bisogno di un bersaglio reale. Ha bisogno solo di un pretesto. Di un corpo su cui scaricare un malessere che non sa dare un nome.
Cosa manca a chi colpisce
Di fronte a fatti come questo, tutti si chiedono: perché l’hanno fatto? È la domanda sbagliata. O almeno, è una domanda incompleta. Ne esiste una più onesta, più scomoda: cosa manca a chi colpisce?
Manca un’identità abbastanza solida da non sentirsi in pericolo davanti alla diversità degli altri. Chi aggredisce un uomo per come si veste non sta difendendo niente. Sta confessando la propria fragilità. Sta urlando al mondo: “Non sopporto che tu esista, perché la tua esistenza mette in discussione la mia”.
La violenza contro chi è “diverso” nasce sempre dalla paura. Paura che ci siano altri modi di essere uomini. Altri modi di amare. Altri modi di vestire, di parlare, di stare al mondo. Chi ha ricevuto amore e riconoscimento per quello che è non ha bisogno di annientare chi è diverso da lui. Chi picchia in branco, invece, cerca nel gruppo quell’identità che da solo non riesce a costruire.
Quattro aggressioni in una sola notte. Il branco che torna, si accanisce, torna ancora. Non è forza: è terrore. Terrore di restare soli. Terrore di essere giudicati. Terrore di scoprirsi, a propria volta, “non conformi”.
La distanza tra le parole e le strade
Sarebbe comodo fermarsi qui. Puntare il dito contro gli aggressori e sentirsi a posto con la coscienza. Ma una società si giudica dalla distanza tra quello che dice e quello che accade nelle sue strade.
Il Comune di Cosenza sostiene il Pride. Bellissimo. Ma a pochi passi dal municipio, nella notte che celebra la nascita di un bambino povero e marginale, un ragazzo viene massacrato per una camicia. Dov’era la società, quella notte?
In Calabria esistono realtà straordinarie. Il Centro Antidiscriminazioni di Arcigay Cosenza offre ascolto, supporto psicologico, consulenza legale. Nel 2025 è nato un coordinamento regionale che riunisce associazioni da tutta la regione. Fanno un lavoro enorme, spesso invisibile, quasi sempre senza soldi. Ma non basta. Non può bastare.
Serve una legge regionale contro le discriminazioni. Non è un capriccio: è l’infrastruttura minima di una democrazia che prende sul serio la libertà dei suoi cittadini. Senza strumenti giuridici, senza formazione nelle scuole, senza educazione alle differenze nei luoghi di lavoro e nei locali della movida, il sostegno alle vittime resta quello che troppo spesso è: una facciata. Un comunicato di solidarietà, una fiaccolata, un hashtag. E poi il silenzio, fino alla prossima aggressione.
Sostegno vero, non vetrina
Il sostegno autentico non si misura in like. Si misura in fatti.
Si misura nella possibilità, concreta, di denunciare senza essere trattati come il problema. Si misura nell’esistenza di percorsi di cura che non dipendano dalla buona volontà di qualche associazione ma siano garantiti dallo Stato. Si misura nella capacità di costruire spazi in cui chi è stato colpito possa tornare a fidarsi del mondo.
Ma soprattutto, sostenere le vittime significa lavorare perché non ce ne siano di nuove. E questo richiede tempo, fatica, investimento culturale. Richiede di entrare nelle scuole e insegnare che essere uomini non significa essere violenti. Richiede di entrare nelle famiglie e mostrare che un figlio diverso non è una vergogna. Richiede di entrare nei bar e rendere socialmente inaccettabile il linguaggio dell’odio. Chi insulta deve sentirsi solo, non applaudito.
Una camicia non è solo una camicia
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che tutto sia nato da un vestito.
L’abbigliamento è il primo modo in cui diciamo al mondo chi siamo. È la nostra prima parola pubblica, la nostra prima scelta visibile. Colpire qualcuno per come si veste significa colpire il diritto di raccontarsi. Il diritto di esistere senza doversi nascondere, mimetizzare, rimpicciolire.
In una società sana, la libertà di vestirsi come si vuole non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussione. È il minimo. Il grado zero della convivenza civile. Se non riusciamo a garantire nemmeno questo, se un ragazzo può essere picchiato quattro volte per una camicia nel centro di una città italiana la notte di Natale, allora il lavoro da fare è immenso.
E non possiamo delegarlo solo alle associazioni. Solo alle vittime. Solo a chi ha il coraggio di non conformarsi.
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