C’è un video che circola sui social. Dura poco più di un minuto. Eppure contiene tutto ciò che bisogna sapere su dove sta andando il mondo.
Siamo nello Studio Ovale. Donald Trump è seduto alla Resolute Desk, la scrivania dei presidenti, quella dietro cui Kennedy firmava i suoi dispacci e Nixon mentiva alla nazione. Attorno a lui, in piedi, un gruppo di persone gli posa le mani sulle spalle, sulla testa, sulle braccia. Qualcuno ha gli occhi chiusi. Qualcuno mormora. Poi si leva una voce, chiara, sicura, senza esitazione: “Prego per la tua grazia e la tua protezione su di lui. Prego per la tua grazia e protezione sulle nostre truppe e su tutti i nostri uomini e donne che servono nelle nostre forze armate.”
Fermiamoci qui. Solo un secondo.
La preghiera cristiana, quella che nasce nel Vangelo, ha una direzione precisa: dal basso verso l’alto, dal potente verso il povero, dalla spada verso il vomere. “Beati i miti”, non “beati gli armati”. “Amate i vostri nemici”, non “pregate per le vostre truppe”. Gesù non ha mai benedetto un esercito. Ha guarito il servo del centurione senza chiedergli di arruolarsi.
Quello che vediamo in quel video non è preghiera cristiana. È la sua contraffazione perfetta.
La macchina del sacro
Il video è stato concepito per i social. Formato verticale, inquadratura mobile che segue la scena, solennità calcolata. Non è una ripresa casuale: è una regia. La luce naturale dalle finestre crea un’aura quasi celestiale intorno alle figure in piedi. La scrivania presidenziale, con i suoi libri voluminosi e il busto di bronzo in primo piano, diventa un altare. L’imposizione delle mani, gesto antico quanto la Bibbia, trasferisce simbolicamente lo Spirito Santo su un uomo che poi userà quello Spirito per firmare ordini esecutivi, tagliare fondi umanitari e riarmare il pianeta.
Questo è il potere che si consacra da solo. Questo è il Cesare che si mette in testa la corona e poi ringrazia Dio per averla messa lui.
La preghiera si chiude con le parole del Pledge of Allegiance americano: “una nazione sotto Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti.” Parole che non vengono dalla Scrittura. Vengono dalla retorica patriottica degli anni Cinquanta, inventata durante la Guerra Fredda per distinguere l’America “cristiana” dall’Unione Sovietica “atea”. Ma nel video sembrano rivelazione biblica. Così funziona la propaganda religiosa: prende il repertorio del sacro e lo svuota, riempiendolo con i contenuti del potere.
Lo stesso giorno, l’altra voce
Il 5 marzo 2026, mentre quel video veniva ripubblicato e condiviso milioni di volte, quattro grandi comunioni cristiane mondiali, la Comunione Anglicana, la Federazione Luterana Mondiale, la Comunione Mondiale delle Chiese Riformate e il Consiglio Metodista Mondiale, pubblicavano una dichiarazione congiunta. Centinaia di milioni di credenti, voce unanime, tono netto.
Dicevano cose molto semplici e molto scomode. Che il mondo si sta avvicinando a un punto di non ritorno, in cui la violenza diventa norma e la morte viene accettata come inevitabile. Che le nazioni riversano risorse negli armamenti invece di investire nella diplomazia. Che la pace non è in vendita e non può essere imposta con la coercizione.
Citavano Papa Leone XIV, che aveva avvertito: “la pace non è più cercata come dono e bene desiderabile in sé, ma attraverso le armi come condizione per affermare il proprio dominio.“
Leggere quella frase dopo aver visto il video è un’esperienza fisicamente disturbante. Perché descrive esattamente la teologia che il video mette in scena: Dio benedice la potenza, la potenza garantisce la pace, la pace è quella del vincitore.
Il profeta e il sacerdote di corte
C’è una distinzione antica, nel pensiero biblico, tra il profeta e il sacerdote di corte. Il sacerdote di corte serve il re. Lo legittima, lo consacra, lo accompagna nelle guerre e ringrazia il Signore per le vittorie. Nella Bibbia, questi personaggi hanno quasi sempre torto.
Il profeta, invece, disturba. Amos va a Betel, il santuario reale, e dice al re quello che non vuole sentire: le vostre cerimonie religiose mi nauseano, dice il Signore. Portatemi giustizia, non sacrifici.
Pier Paolo Pasolini, che non era credente ma aveva letto meglio di molti credenti, aveva capito questa meccanica con cinquant’anni di anticipo. Nel 1974, sugli Scritti corsari, scriveva che la Chiesa aveva sbagliato tutto identificando i propri principi con quelli del potere che la ospitava, trasformandosi in strumento di legittimazione invece che di opposizione. La sua diagnosi era chirurgica: un’istituzione religiosa che si mette al servizio del Palazzo cessa di essere religiosa e diventa politica nel senso peggiore del termine, cioè ornamentale al potere. E il Potere, scriveva con la maiuscola, non ha bisogno di essere capito: ha bisogno di essere consacrato.
Pasolini arrivava persino a immaginare una Chiesa che rinunciasse alla “grande scenografia del Vaticano” per andare a sistemarsi in qualche scantinato di periferia, vicino alle catacombe. Non per nostalgia, ma per ritrovare quella postura di opposizione che sola può dare credibilità morale. La religione vera, diceva, dovrebbe opporsi con forza al potere, non celebrarlo.
Quello Studio Ovale, con le sue mani alzate e la sua luce celestiale, è esattamente il tempio di Betel contro cui gridava Amos e il Palazzo contro cui scriveva Pasolini. E la dichiarazione ecumenica del 5 marzo, con la sua lingua misurata e il suo coraggio istituzionale, è il tentativo, tardivo ma reale, di tornare finalmente a fare la parte giusta.
Il problema non è Trump
Sarebbe comodo fermarsi qui, indicare l’uomo seduto alla scrivania e chiudere il discorso. Ma il problema non è Trump. Trump è il sintomo visibile di qualcosa che attraversa il cristianesimo occidentale da decenni: la tentazione di trasformare la fede in un’identità culturale di gruppo, in un marker politico, in uno strumento di potenza nazionale.
Quella tentazione non abita solo nello Studio Ovale. Abita in ogni chiesa che benedice le armi senza fare domande. In ogni fedele che confonde la propria nazione con il Regno di Dio. In ogni predicatore che trasforma il Vangelo in un manuale di successo personale o di supremazia collettiva.
La dichiarazione ecumenica del 5 marzo non è un documento di sinistra. È un documento cristiano. E proprio per questo è rivoluzionario in questo momento storico: perché rivendica che la pace non può avere la faccia di un Presidente benedetto da Dio, ma solo quella di una giustizia condivisa tra tutti i popoli, grandi e piccoli, forti e vulnerabili.
Quello che il video non dice
Il video non dice che nello stesso periodo in cui veniva girato, nel Mediterraneo continuavano ad annegare esseri umani in fuga da guerre alimentate anche dagli armamenti che quella preghiera benedice. Non dice che a Gaza, a Khartum, a Rangoon, bambini muoiono sotto bombe prodotte da industrie che operano nel paese “sotto Dio”. Non dice che la “libertà e giustizia per tutti” della formula finale vale, nella pratica, per alcuni e non per altri.
La preghiera allo Studio Ovale è lunga un minuto. Le guerre che contribuisce a legittimare durano anni. I morti non pregano.
Noi, però, possiamo ancora scegliere quale voce ascoltare.
