Seconda puntata
Il Maggiore si alza, dice che va in bagno. Stefano resta solo al tavolo, guarda fuori. Una madre passa con un passeggino, il bambino dorme sotto una coperta azzurra. Un fattorino in bicicletta sfiora un’auto parcheggiata male. La vita continua, sempre, indifferente.
Quando il Maggiore torna ha gli occhi più lucidi, le pupille leggermente dilatate. Si siede, tira su col naso una volta, due. Stefano sorride appena.
«Ancora?»
«Mi aiuta con la concentrazione. Il lavoro è stressante.»
«Anch’io ogni tanto. La sera, dopo le operazioni lunghe.»
Il barista passa con un vassoio, raccoglie bicchieri vuoti da un tavolo vicino. Non li guarda nemmeno. Il Maggiore sistema il tovagliolo, si pulisce il naso con un gesto veloce. Nessuno nel bar sembra accorgersi di nulla. È tutto normale, un gesto come accendersi una sigaretta, bere un bicchiere d’acqua.
«A Pale ne girava tanta,» dice Stefano a voce bassa. «I serbi la portavano su con le jeep, insieme alle munizioni e alla rakija. Dicevano che veniva dalla Turchia, passava per la Bulgaria. Roba buona.»
«Vi serviva per la mano ferma?»
«No. La mano era già ferma. Serviva per il dopo. Per non pensare troppo. O forse per pensare meglio, non lo so. Funzionava.»
Il Maggiore annuisce. Ordina due altri caffè. La macchinetta sibila, il vapore fischia. Odore di arabica tostata. Stefano chiude gli occhi per un secondo, e l’odore diventa un altro. Polvere da sparo, sudore, alcol forte.
Sera nel bunker, giugno del 1993. Fa caldo anche a milleduecento metri. Le finestre sono strette feritoie nel cemento, l’aria non circola. Stefano è seduto su una branda, smonta il Dragunov per la terza volta quel giorno. Le mani si muovono da sole, precise. Accanto a lui, l’omone di Torino taglia linee di cocaina su uno specchietto da trucco appoggiato a una cassa di munizioni. Usa una tessera magnetica, vecchia carta di credito scaduta. Il rumore è ritmico, ipnotico.
«Ne vuoi?»
«Dopo,» dice Stefano. «Prima devo finire.»
Il maggiore serbo entra, porta una bottiglia di rakija e bicchieri di plastica. Si siede su una cassa, versa. Beve direttamente dalla bottiglia, poi la passa. Stefano beve, sente il liquido bruciare in gola. Sa di prugne fermentate e di qualcosa di chimico, di industriale.
«Buona giornata oggi,» dice il maggiore serbo in inglese. «Sei conferme. Tre vostre, tre nostre.»
«I bambini erano sul balcone,» dice uno di Milano, quello con gli occhiali da vista e la voce educata. Insegna matematica in un liceo privato. «Non si muovevano. Bersagli statici. Facile.»
Il maggiore serbo annuisce. Versa altro alcol, beve.
«Domani posizioni nuove. Più vicine. Vista sul mercato. La mattina c’è sempre gente.»
Stefano rimonta il fucile, controlla il mirino. Tutto perfetto. Si volta verso l’omone di Torino.
«Ora sì.»
L’omone gli passa lo specchietto. Stefano prende una cannuccia di plastica arrotolata, si china, inala. La polvere brucia nelle narici, poi il sapore amaro in gola, poi la scarica. Il cervello si accende, i pensieri diventano nitidi, affilati. Si sente invincibile.
«Meglio,» dice, passando lo specchietto a un altro.
Fuori, nel buio, si sentono esplosioni lontane. I mortai serbi bombardano un quartiere a est. Nessuno nel bunker ci fa caso. È il sottofondo costante, come il rumore del traffico a Milano.
«Perché lo facciamo?» chiede improvvisamente uno dei più giovani, forse venticinque anni, faccia pulita, accento veneto. È la sua prima volta. «Voglio dire, perché siamo qui?»
Silenzio. Il maggiore serbo beve, non risponde. Non è affar suo. L’omone di Torino si pulisce il naso, guarda il ragazzo.
«Perché qualcuno deve farlo.»
«Ma chi? Perché noi?»
Stefano appoggia il fucile, si accende una sigaretta. La cocaina gli dà una lucidità tagliente, le parole vengono facili.
«Perché l’Europa sta morendo. Perché l’Islam avanza e nessuno fa niente. Perché i politici parlano di dialogo e di pace mentre loro ci invadono. Noi siamo qui per difendere la civiltà. La nostra civiltà. Quella cristiana, quella bianca, quella vera.»
Il ragazzo veneto lo guarda, non sicuro.
«Ma noi non siamo soldati. Non siamo nemmeno cristiani. Io non vado in chiesa da vent’anni.»
Stefano sorride. Soffia il fumo verso il soffitto.
«Non c’entra la chiesa. La chiesa è debole, piena di preti che predicano perdono e fratellanza. Questa è un’altra cosa. È identità. È sangue. È sapere chi sei e difenderlo. I crociati non erano santi, erano guerrieri. Anche noi.»
L’omone di Torino annuisce, soddisfatto.
«Esatto. E poi, se non lo facciamo noi, chi? I politici? I preti? Quelli parlano. Noi agiamo. C’è più onestà in un colpo pulito che in mille discorsi sull’integrazione.»
Il maggiore serbo ride, un suono secco.
«Bravi. Voi capite. Molti italiani parlano, pochi agiscono. Voi siete diversi.»
Stefano beve ancora rakija. La testa gira leggermente, ma è una sensazione piacevole. Il mondo ha senso, tutto è chiaro. Loro sono i guardiani, i difensori. Gli altri, laggiù nella città, sono il nemico. Semplice. Netto. Giusto.
«I bambini,» dice il ragazzo veneto, ancora incerto. «Io oggi ho visto un bambino. Avrà avuto otto anni. Giocava con una palla vicino a un muro. Non ho sparato.»
Stefano lo guarda dritto negli occhi.
«Male. Quel bambino crescerà. Diventerà un soldato, un terrorista. Sposterà tua figlia, tua moglie. Meglio fermarlo ora. È matematica, non crudeltà. Un guerriero vero non ha sentimentalismi. La pietà è debolezza.»
«Ma aveva otto anni.»
«E allora? Hitler era stato un bambino. Stalin era stato un bambino. Tutti i mostri sono stati bambini. Se uno di loro fosse stato fermato in tempo, quanti morti in meno?»
Il ragazzo resta in silenzio. Forse sta pensando, forse sta capendo. O forse sta solo cercando di giustificare a se stesso quello che ha già deciso di fare domani.
«I bambini erano sempre il problema tecnico maggiore,» dice Stefano al bar, mescolando lo zucchero nel caffè. «Movimento irregolare. Imprevedibile. Con un adulto sai dove sta andando. Con un bambino no. Giocano, si fermano, corrono. Devi anticipare, calcolare. È difficile.»
Il Maggiore accende l’ennesima sigaretta.
«Ma voi ci riuscivate.»
«Sì. Ci riuscivamo. Questione di pazienza. E di concentrazione. Per quello serviva la coca. Ti dava quella precisione in più. Quel secondo di vantaggio.»
«Quanti?»
Stefano ci pensa. Non è una domanda difficile, è solo che non ha mai contato davvero.
«Non lo so. Forse dieci. Forse quindici. In quattro viaggi. Non tenevo il conto preciso. Non era importante.»
«E la donna?»
«Quella me la ricordo bene. È stata al terzo viaggio. Maggio, inizio giugno. I tigli erano al massimo della fioritura, l’odore era ovunque. Anche nella polvere, anche nella merda. Quel profumo dolce, quasi nauseante.»
Stefano guarda fuori. La madre col passeggino è tornata, passa di nuovo davanti al bar. Il bambino ora è sveglio, guarda il mondo con occhi curiosi.
«Era mattina presto. La città si stava svegliando. Io ero nella posizione B, quella con vista piena sul viale Zmaja od Bosne. Rettilineo lungo, edifici ai lati, macchine bruciate sparse come carcasse. La donna è uscita da un portone, si è guardata intorno, poi ha cominciato a correre.»
Il Maggiore fuma, ascolta.
«Vestito blu, capelli scuri raccolti. Forse trentacinque anni. Correva bene, a zigzag, come le avevano insegnato. Sapeva che c’erano i cecchini, cercava di essere imprevedibile. Ma non lo era abbastanza.»
Stefano beve un sorso d’acqua.
«L’ho seguita per quattrocento metri. Nel mirino era nitida. Vedevo il petto che si alzava e si abbassava, la fatica. Le scarpe da ginnastica, vecchie, consumate. Una borsa a tracolla, probabilmente per l’acqua o il pane. Aveva una faccia normale. Non bella, non brutta. Normale. Una faccia che poteva essere di chiunque.»
«E i bambini?»
«Da un angolo, dietro una Zastava bruciata, li vedevo. Due. Uno più alto, sei o sette anni. Uno piccolo, forse quattro. Aspettavano. Il più grande teneva per mano il piccolo. Stavano fermi, immobili. Il grande guardava la madre, il piccolo guardava per terra.»
Stefano spegne la sigaretta.
«Ho fatto i calcoli. Velocità, distanza, vento. La cocaina mi dava quella chiarezza. Tutto era geometria pura. Ho inspirato, trattenuto, lasciato andare mezzo respiro. Poi ho premuto.»

Pausa.
«Colpo pulito. Al petto, lato sinistro. È caduta in avanti, come se inciampasse. È rimasta lì. I bambini hanno aspettato qualche secondo, poi il più grande ha cominciato a correre verso di lei. Il piccolo è restato fermo, non capiva. Poi qualcuno, forse un vicino, è uscito, li ha presi tutti e due, li ha tirati dentro. Veloce. Sapevano come funzionava.»
Il Maggiore schiaccia la sigaretta nel posacenere.
«Ti ricordi le loro facce? Dei bambini?»
«Sì. Nell’ottica erano chiari. Il grande aveva una maglietta rossa, i capelli corti. Il piccolo qualcosa di blu. Non piangevano, almeno non subito. Erano solo confusi. Poi, quando hanno capito, sì. Ma io avevo già abbassato il fucile.»
Silenzio. Il bar si è riempito un po’. Gente che fa pausa caffè, che controlla il telefono, che vive. Il Maggiore guarda l’orologio.
«Devo veramente andare. Il cliente aspetta.»
«Anch’io. Mia figlia ha prenotato da Cracco, vuole farmi una sorpresa.»
Ma ancora non si alzano. Restano lì, sospesi in quel momento che non è più passato e non è ancora presente.
«Domani?» chiede il Maggiore.
«Domani ho interventi tutto il giorno. Dopodomani?»
«Dopodomani va bene. Stesso posto, stessa ora.»
Si alzano finalmente. Il Maggiore lascia venti euro sul tavolo, Stefano dieci. Troppo per due caffè, ma non importa. Si stringono la mano di nuovo, forte, guardandosi negli occhi.
«È stato bello rivederti,» dice Stefano.
«Anche per me. Ci sono cose che solo noi possiamo capire.»
«Già. Solo noi.»
Escono dal bar. Il Maggiore va a sinistra, verso la metro. Stefano a destra, verso il parcheggio dove ha lasciato la Maserati. Si allontanano nella folla milanese, due uomini qualsiasi in una città qualsiasi. Nessuno li guarda. Nessuno sa.
Sopra Milano il cielo è grigio, piatto. Tra poco pioverà.
Fine seconda puntata
