Terza puntata
Il secondo giorno si siedono allo stesso tavolo. Il barista ormai li riconosce, porta i caffè senza chiedere. Fuori piove, Milano è grigia e bagnata. Stefano è arrivato prima, guarda le gocce scivolare sul vetro. Il Maggiore entra scuotendo l’ombrello, si siede.
«Traffico infernale.»
«Sempre peggio.»
Bevono in silenzio per qualche minuto. Poi il Maggiore dice, con lo stesso tono con cui si commenta il meteo: «Sai che mi hanno chiamato ieri. Uno di Torino. Quello grosso, ti ricordi?»
«Certo. L’omone. Come sta?»
«Bene. Ha una concessionaria, vende Mercedes. Dice che gli affari vanno.»
«Bene.»
Altro silenzio. La pioggia tamburella sulle vetrine. Una coppia entra, si siede lontano, parla a voce bassa. Innamorati, forse. O amanti. Non importa.
«Ieri pensavo,» dice il Maggiore accendendosi una sigaretta, «a quando vi ho fermato. Ti ricordi?»
Stefano sorride appena, un sorriso stanco.
«Come no. Novembre del ’93. L’ultimo viaggio. Quello che non abbiamo finito.»
Pale, novembre 1993. Fa freddo adesso, il vento taglia la pelle. I tigli hanno perso le foglie, restano solo rami neri contro il cielo grigio. Stefano è al quarto viaggio. Ha preso confidenza, conosce le posizioni, i ritmi della città. Sa quando la gente esce, dove va, come si muove. È diventato bravo. Molto bravo.
Nel bunker l’atmosfera è diversa. Tesa. Il maggiore serbo è nervoso, parla poco. Ci sono voci che i caschi blu dell’ONU stanno facendo pressioni. Che qualcuno ha parlato. Che forse qualcuno ha visto troppo.
«Ultima settimana,» dice il maggiore serbo versando rakija. «Poi chiudiamo per un po’. Troppo caldo.»

L’omone di Torino taglia le solite linee. La cocaina adesso è parte della routine, come il caffè al mattino. Stefano inala, sente la scarica, si prepara. Domani mattina, posizione C. Vista sul mercato. Promette bene.
Ma quella sera arriva una jeep che non hanno mai visto. Ne scendono due uomini in borghese, italiani. Uno di loro Stefano lo riconosce subito. Il Maggiore. Si erano visti una volta, due anni prima, a una cena a Trieste. Presentazioni vaghe, discorsi di circostanza. Stefano sapeva che lavorava per i servizi. Il Maggiore sapeva che Stefano aveva certi interessi. Si erano capiti senza dirsi niente.
Il Maggiore entra nel bunker. Odore di umido, di alcol, di polvere da sparo. Guarda i fucili appoggiati alle brande, le casse di munizioni, lo specchietto con residui bianchi. Non dice niente. Si siede, accetta un bicchiere di rakija.
«Domani tornate,» dice in italiano. Voce piatta, professionale.
«Come?» chiede l’omone di Torino.
«Ordini da Roma. Dovete rientrare. Subito.»
Silenzio nel bunker. Il maggiore serbo fuma, guarda il soffitto. Sapeva. Gli avevano detto.
«Perché?» chiede Stefano.
Il Maggiore beve, pulisce le labbra con il dorso della mano.
«Perché qualcuno ha parlato. Perché i bosniaci sanno. Perché hanno informato noi. Perché Roma non vuole casini diplomatici. Perché l’ordine è chiaro: stop.»
«E se diciamo di no?»
Il Maggiore lo guarda dritto negli occhi. Non c’è minaccia, solo constatazione di un fatto.
«Non direte di no. Avete famiglie, lavori, vite. Non vorrete perderle per questo.»
Stefano sente la rabbia salire, ma è una rabbia fredda, controllata. La cocaina gli dà lucidità, non confusione.
«Noi difendiamo la civiltà. Voi lo sapete. Facciamo quello che i politici non hanno il coraggio di fare. E ci fermate?»
Il Maggiore versa altro alcol, beve.
«Io non fermo niente. Io eseguo ordini. Come voi. La differenza è che io ho una catena di comando chiara. Voi no. E questo è un problema.»
«Tu condividi?» chiede l’omone di Torino. «Quello che facciamo. Lo condividi?»
Il Maggiore ci pensa. Fuori il vento fischia tra i rami nudi. In lontananza un’esplosione, sempre uguale, sempre ignorata.
«Io faccio il mio lavoro. Raccolgo informazioni, proteggo gli interessi nazionali. Le mie opinioni personali non contano. Ma,» e qui fa una pausa, «se devo essere onesto, capisco. Capisco la logica. L’Islam avanza, l’Europa è debole, qualcuno deve agire. Io lo farei? No. Ma non perché penso che sia sbagliato. Solo perché non è il mio ruolo. Io lavoro nell’ombra, voi alla luce. O almeno, lavoravate.»
Stefano si accende una sigaretta. Le mani non tremano. È calmo.
«Quindi domani finiamo.»
«Domani finite. Pullman alle sei. Trieste per pranzo. A casa per cena. Vita normale.»
«E se torniamo? Tra qualche mese, un anno?»
Il Maggiore sorride, appena.
«Non tornerete. Sarete controllati. Passaporti, movimenti, conti. Roma non scherza quando dà un ordine. Ma,» altra pausa, «nessuno sarà processato. Nessuno pagherà. Questo ve lo garantisco. Il prezzo del silenzio è il silenzio. Funziona per tutti.»
L’omone di Torino tira su col naso, nervoso.
«E i serbi? Loro dicono qualcosa?»
Il maggiore serbo, che finora ha taciuto, scuote la testa.
«Noi non esistiamo. Voi non esistete. Questo posto non esiste. La guerra è piena di fantasmi. Meglio così.»
Quella notte nel bunker nessuno dorme molto. Stefano pulisce il Dragunov per l’ultima volta, lentamente, come un addio. Smonta, pulisce, rimonta. Le mani conoscono ogni pezzo, ogni vite. Domani lo restituirà. Non lo toccherà mai più.
All’alba escono per l’ultima volta. Il freddo è tagliente, il cielo plumbeo. Sarajevo laggiù fuma, sempre la stessa, sempre assediata. Stefano guarda la città attraverso il binocolo. Cerca la donna in vestito blu, i bambini, il viale. Ma è tutto grigio, tutto uguale. I morti sono invisibili da lassù.
Il pullman parte alle sei, come promesso. Attraversano i check point, pagano le mazzette, nessuno dice niente. Al confine croato i soldati nemmeno guardano i passaporti. A Trieste arrivano alle due. Qualcuno prende un treno, qualcuno un altro pullman. Si salutano, si scambiano numeri. Forse si rivedranno, forse no.
Stefano guida fino a Milano. Arriva a casa alle otto di sera. Sua moglie ha preparato la cena, i bambini fanno i compiti. Tutto normale. Nessuno chiede niente. Lui non dice niente. Si fa una doccia lunga, l’acqua calda brucia sulla pelle. Nella borsa, nascosta sotto i vestiti sporchi, c’è ancora un po’ di cocaina. La butterà domani. O forse no.
«Fu strano,» dice Stefano al bar, guardando la pioggia. «Un giorno eri lì, il giorno dopo a casa. Come cambiare canale alla tv.»
Il Maggiore annuisce.
«È sempre così. La guerra è un lavoro. Finisce l’orario, torni a casa.»
«Ma tu,» Stefano lo guarda, «tu davvero pensavi che fosse giusto fermarci?»
Il Maggiore spegne la sigaretta, ne accende subito un’altra.
«No. Pensavo che fosse necessario. C’è differenza. Roma aveva le sue ragioni. Diplomatiche, politiche. I bosniaci avevano informato i loro alleati, gli alleati avevano informato noi. Non si poteva più tenere il coperchio. Ma,» e qui la voce si abbassa, «se fosse dipeso da me? Avrei lasciato continuare. Non per ideologia. Per professionalismo. Quando cominci un’operazione, la finisci. Ma gli ordini sono ordini.»
«E se ci fosse stato un processo? Se qualcuno avesse parlato davvero?»
«Non sarebbe successo. I serbi avevano interesse al silenzio, voi anche, noi anche. Tutti colpevoli, tutti innocenti. La guerra è piena di zone grigie. Voi eravate una di quelle.»
Stefano beve l’ultimo sorso di caffè, ormai freddo.
«Sai cosa mi manca di più?»
«Cosa?»
«La chiarezza. Lì era tutto chiaro. Noi e loro. Giusto e sbagliato. Qui,» gesto vago verso la finestra, Milano, il mondo, «tutto è confuso. Tutti dicono tutto e il contrario di tutto. Nessuno ha il coraggio di dire: questo è bene, questo è male. Lì ce l’avevamo. Noi sapevamo.»
Il Maggiore guarda l’orologio. Sono le undici e mezza.
«Devo proprio andare ora. Mia figlia mi aspetta per pranzo, poi devo passare in ufficio.»
«Anch’io. Alle tre ho un lifting, alle cinque una rinoplastica. Giornata piena.»
Si alzano. Il Maggiore lascia i soldi sul tavolo. Escono insieme, fuori piove ancora. Si fermano sotto il portico, l’acqua scroscia sui sampietrini.
«Ci vediamo?» chiede Stefano.
«Certo. Ti chiamo la settimana prossima. Magari una cena, con le mogli.»
«Buona idea.»
Si stringono la mano. Il Maggiore apre l’ombrello, si allontana verso sinistra. Stefano tira su il bavero del cappotto, va verso destra. Dopo dieci passi si voltano entrambi, si salutano con la mano. Poi scompaiono nella folla, nella pioggia, nella città che vive e non sa.
Il Maggiore prende la metro, pensa alla riunione del pomeriggio. Contratti di sicurezza, consulenze, preventivi. Numeri, grafici, powerpoint. Vita normale.
Stefano arriva alla clinica alle due e mezza. Si cambia, si lava le mani, indossa il camice. Alle tre entra in sala operatoria. La paziente è una donna di cinquant’anni, vuole cancellare le rughe. Stefano prende il bisturi, la mano è ferma. Perfetta. Taglia, solleva, sutura. Gesti precisi, millimetrici. Come allora. La geometria non cambia mai.
Alle sei e mezza finisce l’ultimo intervento. Si toglie il camice, si lava, si veste. Guarda il telefono. Un messaggio da sua figlia: “Papà, domani porto i bambini da te alle quattro. Gianluca ha la recita scolastica, vuoi venire?”
Stefano risponde: “Certo. Ci sarò. Un bacio ai miei tesori.”
Esce dalla clinica. La pioggia è finita, Milano brilla di luci bagnate. Cammina verso la macchina. Passa davanti a una scuola, i bambini escono ridendo, correndo. Una madre li aspetta, li abbraccia. Stefano li guarda, sorride.
Domani andrà alla recita. Applaudirà suo nipote. Comprerà i pasticcini. Sarà un nonno felice.
Sale in macchina. Accende il motore. La radio trasmette le notizie: guerra in Medio Oriente, crisi economica, elezioni in Francia. Il mondo continua, sempre uguale, sempre diverso. Stefano cambia stazione. Musica classica. Vivaldi. Le Quattro Stagioni. Primavera.
Guida verso casa attraverso il traffico milanese. Le luci dei semafori si riflettono sull’asfalto bagnato. Rosso, giallo, verde. Rosso, giallo, verde.
Tutto normale.
Tutto come deve essere.
Fine
