
L’odore. È la prima cosa che mi colpisce al risveglio, ancora prima del suono metallico della conta mattutina. Un’aggressione olfattiva che non dà tregua, un miasma denso che impregna l’aria, i muri, la mia stessa pelle. È un impasto di sudore stantio, umidità che sa di muffa incrostata, il vago sentore acre di urina che ristagna da qualche parte , mescolato all’odore chimico e dolciastro del disinfettante a basso costo. A volte, quando il caldo estivo soffoca la sezione, questo fetore diventa quasi solido, una presenza fisica che ti si attacca addosso, ti entra nei polmoni e sembra corrodere i pensieri. Non è un odore semplice, è stratificato come la sporcizia sui muri: c’è il ferro arrugginito delle sbarre, l’umidità che trasuda dal cemento vecchio, l’odore chiuso di un luogo che non respira mai veramente. È l’odore della reclusione, della carne umana ammassata e del lento decadimento strutturale, un promemoria costante di dove mi trovo. Reagisco con un riflesso antico, un nodo allo stomaco, un irrigidimento dei muscoli del collo. Vorrei poter chiudere le narici, ma è impossibile. È l’aria che respiro.
Apro gli occhi sulla cella. Due metri per quattro, forse. Un buco. Siamo in tre, stipati come bestie in uno spazio pensato forse per uno, o al massimo due. Letto a castello metallico, materasso sottile che sa di polvere e corpi altrui. Un tavolino di plastica imbullonato al muro, superficie graffiata che funge da scrivania, comodino, tavolo da pranzo. Di fronte, il cubicolo del cesso e del lavandino, uno spazio minuscolo dove si concentra l’intera igiene personale e, per necessità, anche la preparazione del cibo. Vedo il fornelletto da campeggio di Ahmed, incastrato tra il water e il lavabo, pronto per il caffè o per scaldare qualcosa comprato al sopravvitto. È umiliante, questa promiscuità forzata tra funzioni corporee essenziali, questo annullamento di ogni confine privato. Le pareti sono scrostate, coperte di scritte e disegni lasciati da chi è passato prima, fantasmi di vite precedenti. La luce è sempre artificiale, un neon che ronza debolmente, gettando ombre giallastre che non conoscono né alba né tramonto. Tutto ha quel colore anonimo, un beige sporco, un “color ruggine” che sembra voler uniformare anche l’anima. Manca l’aria, manca lo spazio vitale, manca l’intimità. Il corpo impara a muoversi a scatti, misurando i gesti per non urtare continuamente qualcosa o qualcuno.
Lo “sbattimento”. Il rumore delle serrature che scattano, delle porte blindate che si aprono e si chiudono, dei passi pesanti degli agenti nel corridoio. È il segnale che la giornata-tipo inizia, scandita da regole ferree che non controllo. Sveglia alle otto, poi la conta. Se sei fortunato, hai un’attività, scuola o un lavoro precario , altrimenti è solo attesa. Attesa della chiusura in cella per il pranzo degli agenti, attesa del rancio distribuito su carrelli da ospedale, attesa dell'”aria”. Due ore al giorno, dice il regolamento , ma a volte meno. Un cortile di cemento circondato da muri alti, dove lo sguardo sbatte contro il filo spinato e il cielo è solo un ritaglio lontano. Camminiamo in cerchio, come criceti in gabbia. Vedo facce tese, corpi gonfi di frustrazione repressa. L’aria è carica di una violenza latente, pronta a esplodere per un nonnulla. C’è chi si isola, chi cerca risse, chi cammina avanti e indietro come un automa. Io cerco di fare un po’ di ginnastica, come consigliano i manuali per sopravvivere , ma sento i muscoli rigidi, la mente annebbiata. L’ipervigilanza è costante: un rumore improvviso mi fa sobbalzare, uno sguardo storto mi mette in allarme. È l’ansia che lavora sottotraccia, un veleno lento.
Il pomeriggio è un deserto di ore vuote, se non hai attività. La noia è un nemico subdolo quanto la paura. Molti dormono per ammazzare il tempo, altri restano incollati alla televisione che gracchia senza sosta da un angolo della sezione. Io cerco di leggere, ma la concentrazione è difficile. I rumori sono costanti: le grida dalle altre celle, le discussioni accese, le risate sguaiate, a volte il pianto disperato di qualcuno che non ce la fa più. Vedo gli effetti della detenzione sugli altri: c’è chi sviluppa paranoie, chi sprofonda in una depressione catatonica , chi ha scatti d’ira improvvisi. Molti sono imbottiti di psicofarmaci, zombie chimici che barcollano nei corridoi. La chiamano “sindrome depressiva carceraria”, ma è solo la risposta logica a questo annientamento quotidiano. Manca tutto: manca un supporto psicologico vero , mancano attività significative che diano un senso al tempo , manca la speranza. Il sovraffollamento rende tutto peggiore, toglie respiro, aumenta la tensione. Le condizioni igieniche sono precarie; l’acqua calda è un lusso, la doccia in cella un miraggio per molti. Siamo numeri in un sistema fatiscente, progettato forse per il controllo, ma che nella pratica si traduce in abbandono e sofferenza.

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Emergenza Carceri Italiane: Uno Sguardo Interattivo
A volte, senza preavviso, il passato mi assale. Basta un suono, un odore casuale che filtra dall’esterno, l’inflessione di una voce. Oggi è stato il rumore di un motore che accelerava fuori dalle mura. Mi ha riportato lì, a quella notte. Vedo i fari accecanti, sento l’urlo, il freddo improvviso sulla pelle. Il cuore inizia a battere all’impazzata, il respiro si mozza. È un’intrusione violenta, un flashback che mi strappa dal presente e mi rigetta nell’orrore. Mi aggrappo al bordo della branda, cercando di ancorarmi alla realtà squallida della cella, ma le immagini continuano a scorrere, vivide, implacabili. È il trauma che non mi abbandona, che qui dentro trova terreno fertile per riemergere e tormentarmi.
E poi c’è la colpa. Un macigno invisibile che mi porto addosso ogni istante. Non è solo il ricordo dell’atto, è la consapevolezza del dolore inflitto, delle vite spezzate, del futuro negato. Vedo il volto della vittima nei miei incubi, sento le sue accuse silenziose nel ronzio del neon. La colpa si manifesta in modi subdoli: mi impedisce di dormire, mi toglie l’appetito, mi fa sentire indegno anche delle piccole cose, come il caffè caldo o una parola gentile. È un rimuginio costante, un’auto-punizione che a volte sfiora il desiderio di annientamento. È un peso che schiaccia ogni pensiero, ogni tentativo di guardare avanti. Come si può trovare pace con un fardello simile?
Eppure, devo trovare un modo. Un modo per non soccombere, per non diventare uno degli “schiavi” che vedo intorno a me, annientati dalla disperazione. Ho iniziato a cercare delle crepe nel muro, non solo quelle fisiche, ma quelle mentali. Piccoli spazi di evasione. La lettura è uno di questi. Quando riesco a procurarmi un libro, mi ci tuffo dentro come un assetato nell’acqua. Le parole diventano un rifugio, un mondo altro dove le sbarre scompaiono per un po’. A volte scrivo anch’io, su fogli di fortuna, pensieri sparsi, ricordi, frammenti di storie. È un modo per mettere ordine nel caos interiore, per dare voce a ciò che altrimenti mi soffocherebbe. È un esercizio di libertà, mi ripeto, anche se fatto di nascosto.

Ho imparato a osservare. Mi concentro sui dettagli minimi: la ragnatela nell’angolo del soffitto, la geometria delle crepe sul pavimento, il modo in cui un raro raggio di sole taglia la polvere nell’aria per pochi minuti al giorno. Diventa una forma di meditazione involontaria, un modo per focalizzare la mente su qualcosa di neutro, di esterno alla sofferenza interiore. E poi c’è il rito del caffè. Prepararlo sul fornelletto condiviso, con gesti lenti e precisi. L’acqua che bolle, il profumo che si spande nella cella sovrastando per un attimo il fetore abituale, il calore della tazza di plastica tra le mani. È un piccolo lusso, un atto di cura verso me stesso, un’affermazione di umanità in un luogo che cerca di negarla.
La lotta è quotidiana. Contro i pensieri negativi che si affollano come mosche, contro l’apatia che ti sussurra di lasciar perdere, contro la rabbia che vorrebbe farti spaccare tutto. Cerco di trovare un significato minimo, uno scopo. Forse è solo resistere. Forse è cercare di mantenere intatta una scintilla di umanità, per me stesso e, chissà, forse anche per gli altri. Accettare la realtà della reclusione, senza farsene divorare. È un equilibrio precario, camminare sul filo del rasoio tra la rassegnazione e la disperazione. La resilienza, dicono. Una parola difficile da afferrare qui dentro, ma che sento come unica via d’uscita, non dalle mura, ma dalla prigione che ho dentro.

Oggi, durante l'”aria”, mi sono fermato a osservare una piccola pianta cresciuta testardamente in una crepa del cemento. Verde brillante contro il grigio opprimente. Ho chiuso gli occhi per un istante, concentrandomi sul mio respiro. Ho sentito il sole debole sulla faccia. I rumori del carcere – le urla, i passi, lo sbattere dei cancelli – sembravano provenire da lontano, attutiti. In quel momento, pur consapevole di tutto – del cemento, delle sbarre, del passato che mi morde, del futuro incerto – ho sentito una strana leggerezza. Un respiro più profondo. Non era felicità, non era speranza nel senso comune. Era qualcos’altro. Una quiete interiore, un senso di distacco, la percezione chiara che, nonostante tutto, il mio spirito non era completamente prigioniero. Il mio corpo è qui, chiuso in questa gabbia. Ma la mia mente, in quell’istante, era libera. Ed è una libertà che nessuno può togliermi. È una conquista fragile, forse effimera, ma preziosa. È l’unica vera libertà che posso conoscere qui dentro. Ed è abbastanza. Per oggi.
